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Quando l’affermazione di se stessi e la ricerca di emozioni genera crimini

La cronaca è davvero piena di episodi cruenti; non passa giorno senza una notizia funesta: omicidi, stupri, incidenti sul lavoro e mortali stradali. Eppure, i fatti di Pescara lasciano attoniti. Mi riferisco alla brutta storia di un gruppo di otto amici che si ritrovano in una giornata estiva, all’interno della quale tra autori materiali e spettatori uccidono un loro coetaneo, che pure frequentavano ludicamente, per concludere la stessa giornata come se nulla fosse accaduto. Eppure erano uno di meno, Thomas non avrebbe più potuto trascorrere il suo tempo tra quelli che consideravano amici. Eh si, ci sono foto e testimonianze di frequentazione del gruppo da parte della vittima.

Perché l’uccisione di questo ragazzino sedicenne sconvolge così tanto?

Ho cercato una spiegazione, più per metabolizzare l’accaduto che per altro. Probabilmente la spiegazione risiede nel fatto che questo delitto ha messo in luce quanto siano sbagliati i nostri stereotipi: lo straniero, il tossicodipendente, lo zingaro… Questi stereotipi, come tutti in generale, sono semplificazioni eccessive e spesso ingiuste. In questa brutta storia, ciò che ci lascia attoniti è che la persona da temere non è l’extracomunitario, il tossicodipendente o il delinquente comune, ma le persone comuni, quelle definite “di buona famiglia” o i “bravi ragazzi”.

Lo stereotipo del bravo ragazzo e del cattivo ragazzo

Lo scopo non vuole essere quello di esprime giudizi sulle persone per i fatti in causa ma di comprenderne le dinamiche “più intime” perché non credo che questo sia un episodio isolato e che riguardi solo questa vicenda di Pescara.

Lo stereotipo del “bravo ragazzo” è complesso e spesso frainteso. Quando etichettiamo una persona come “bravo ragazzo” intendiamo un individuo che si presenta agli altri come gentile e rispettoso, al contrario del “cattivo ragazzo”, percepito come sicuro di sé, ribelle e capace di azioni devianti. Purtroppo, tra gli adolescenti, il “bravo ragazzo” può sembrare meno attraente rispetto al “cattivo ragazzo”. Questo spiega in parte perché si possa arrivare ad assistere a comportamenti estremi senza muovere un dito per impedirlo. Tra paura e ammirazione, la persona capace di andare oltre genera sentimenti ambivalenti e sequela perché far parte della sua cerchia significa essere qualcuno.

Nella società odierna, l’ossessione per le emozioni intense può portare a comportamenti estremi e criminali. Questo fenomeno è amplificato anche per la presenza nel gruppo di individui spettatori che, emotivamente assenti, assistono a crimini violenti senza provare quello che dovrebbe essere normale: il giusto ribrezzo. Invece, assistono alle azioni trattandoli come spettacoli spersonalizzando le vittime. Questi individui non solo osservano passivamente, ma condividono informazioni senza comprendere la gravità della realtà a cui hanno assistito.

Questa mancanza di risposta emotiva può avere gravi conseguenze sociali. La desensibilizzazione alla violenza può portare a una maggiore tolleranza verso comportamenti criminali e a una diminuzione del senso di comunità. Inoltre, la spettacolarizzazione del crimine può incoraggiare altri a emulare tali atti per ottenere attenzione.

La cultura dell’empatia e la prosocialità

Per porre un freno a questo sistema “depersonalizzante”, è essenziale promuovere una cultura dell’empatia e della responsabilità sociale. Educare le persone a riconoscere l’importanza delle emozioni e della partecipazione attiva nella vita sociale può aiutare a contrastare la desensibilizzazione e ridurre il fenomeno della spettacolarizzazione della violenza.

Col tempo si è perso il valore della prosocialità, intesa come quei comportamenti volontari mirati a produrre benefici per gli altri, come aiutare, condividere, confortare e cooperare. Questo concetto è fondamentale per la coesione sociale e il benessere collettivo. La prosocialità contribuisce alla costruzione di relazioni soddisfacenti, mentre oggi prevalgono mancanza di fiducia, diffidenza e odio.

La prosocialità, al contrario, è portatrice di altruismo, di azioni intraprese senza aspettarsi una ricompensa, di empatia e responsabilità sociale, con un senso di obbligo verso il benessere della comunità.

Eppure, oggi siamo come monadi; i ragazzi apprendono il mancato riconoscimento dell’importanza della prosocialità, la cui pratica porta a:

  • Rafforzamento delle relazioni: i comportamenti prosociali migliorano fiducia e cooperazione tra individui.
  • Riduzione dei conflitti: attraverso comprensione reciproca e aiuto, la prosocialità contribuisce alla risoluzione pacifica dei conflitti.
  • Sostegno emotivo: offrire supporto emotivo migliora la salute mentale e il benessere di sé stessi e degli altri.

La prosocialità è quindi un elemento chiave per il benessere sociale e individuale. Promuovere comportamenti prosociali attraverso educazione, supporto comunitario e cultura organizzativa può portare a una società più coesa e armoniosa, in cui si riesca a vivere nel mutuo soccorso, anziché assistere passivamente alla crudeltà e alla sofferenza altrui. Anche i media moderni, con la loro capacità di diffondere informazioni rapidamente, contribuiscono a questo fenomeno. La costante esposizione a contenuti violenti e sensazionalistici può desensibilizzare gli spettatori, riducendo la loro capacità di reagire con empatia e indignazione.

È necessario invertire la rotta, perché tutti siamo esposti.

Foto: dagospia

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