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Trattamento Sanitario Obbligatorio per prevenire la violenza di genere

Di storie crudeli ne abbiamo conosciute tante, ma quest’ultima è davvero indigeribile. Futili motivi per agire crudelmente nei confronti della persona (Giulia Cecchettin) che doveva rappresentare la relazione affettiva più importante nella vita del suo fidanzato. Eppure questi l’ha uccisa!

Una prima trappola: vivere nell’attesa e nella speranza che la situazione evolva positivamente.

Non è il solo caso, quello di Giulia, sono tante le storie che hanno in comune una relazione “malata” e da cui deriva un senso di impotenza, uno stato di torpore mentale misto a dolore che avviluppa l’esistenza della vittima in un delicato senso di colpa ed ingenuità. Questo stato induce a confidare nell’attesa che qualcosa produca un cambiamento positivo nel carnefice. Attenzione, però! Il carnefice, lo definiamo noi dall’esterno, non viene percepito tale dalla vittima, non nella fase iniziale del crollo del rapporto a causa delle violenze fisiche perché egli è pur sempre l’uomo con cui si sono condivisi anche momenti belli, ai quali in qualche modo ci si tiene ancorati per evitare di soffrire troppo, di prendere decisioni definitive.

Si tratta essenzialmente di un vivere nell’angoscia, non comunicabile a pieno, e nella speranza che qualcosa debba accadere, nell’attesa di una soluzione positiva come un arcobaleno dopo un temporale. La speranza appunto!

Il primo atto nocivo: l’aggressività verbale quale preludio della violenza.

Si legge da più parti che ci si deve difendere dalla violenza al primo accenno, ma trovo ci sia molta confusione sul punto: se stiamo considerando la violenza fisica, probabilmente si è già troppo in avanti in tema di prevenzione; è necessario realizzare prima della violenza che il comportamento del partner ha un qualcosa di anomalo, a partire dal primo accenno di violenza verbale. E questa situazione non appartiene ad un genere, perché rappresenta il comportamento ripetuto di svalutazione dell’altro, di annichilimento, perpetrato mediante insulti e parole ingiuriose atte a colpire gravemente l’animo.

La persona che usa le parole per uccidere l’altro, per violentarne l’animo, ha superato le naturali inibizioni all’aggressività, ma sta attuando un percorso che non può che peggiorare passando dal verbale al fisico. Dunque, non si giustifichi mai l’aggressività agita in forma verbale, ancor più se accade ripetutamente, poiché il passaggio all’ulteriore perdita di controllo è quasi certo. Chi supera la naturale inibizione all’aggressività agita non per difesa, ma in risposta alla frustrazione, non si fermerà, fintanto che non sparisce la fonte che origina il suo stato psichico di sofferenza rabbiosa, quando quella è la sua personalità. Allora perché attendere il peggio?

Prima azione in difesa: non chiudersi ma comunicare e confrontarsi.

In situazioni in cui si vive una relazione con un partner collerico o in quelle in cui egli, pervaso da odio perverso, non urlerà nemmeno ma minaccerà violenza a denti stretti, bianco in volto e con i pugni chiusi, l’unica via d’uscita potrebbe sembrare rimanere in silenzio nei propri pensieri: “se lo assecondo, se non gli do motivo, magari gli passa, magari smette di urlare, forse non mi picchia!“. In questo loop, per poter trovare una via di uscita significativa, è necessario condividere il più possibile ciò che si sta vivendo, quantomeno per avere contezza di un pensiero diverso, per trovare un modo utile ad aprirsi al confronto senza temere giudizi, consentendo il fluire delle idee fino all’assunzione della decisione finale. Ci sono tanti esperti, oggi al 1522, che, in quanto persone non di famiglia, possono dall’esterno guidare alla comprensione senza trasferire il problema, come invece accade quando ci si rivolge ai propri famigliari. Talvolta, invece, la chiusura nei confronti dei famigliari potrebbe ascriversi al desiderio di volerli proteggere dalla sofferenza, al fine di evitare loro un contagio emotivo negativo derivante dalla relazione sbagliata.

Per NON rimanere SOLI

Dal dialogo costante si realizza una virtuosa condizione: la vittima non si sentirà sola nel suo dramma. E’ questa la condizione necessaria a far sì che si possano approntare strumenti prudenti basati sulla conoscenza della situazione reale, che altrimenti stagnerebbe; spesso tale stagnazione, come sopra detto, si verifica a causa di una fantasia di soluzione naturale, magari confidando nel cambiamento della persona violenta.

Non sempre, però, amici e conoscenti posseggono strumenti convincenti.

Bisogna che si capisca che non sempre si riesce ad essere d’aiuto all’amica/o che si trova a vivere una relazione tossica. Esistono, infatti, personalità votate in qualche modo alla permanenza nella relazione malata: la persona masochista, votata al vittimismo, che ha una storia alle spalle di violenza in famiglia, abituata cioè a subire, o è in cerca di considerazione, in qualunque modo venga espressa dal partner.

Risolvere i “sentimenti trappola”.

Diversi fattori possono condizionare la scelta tra un comportamento risoluto e uno passivo: le componenti emozionali, espressive, cognitive possono condizionare la scelta per la miglior soluzione possibile per quel problema, per quella situazione interpersonale. Possono interferire, infatti, anche nelle decisioni prese, il sentimento di “senso di colpa” conseguente alla scelta di lasciare il partner e quando questi minaccia atti di autolesionismo e suicidio a causa dell’abbandono. Questo “sentimento trappolaconduce, talvolta, a rivedere le proprie scelte, non per amore ma per la paura che l’altro possa davvero mettere in atto i comportamenti minacciati, come ricatto all’essere stato abbandonato. E’, questo, un esempio di come formule ricattatorie affettive conducano a ritornare sulle proprie decisioni pur continuando, poi, a subire gli stessi comportamenti: maltrattamenti, aggressioni verbali e fisiche.

L’azione di contrasto ai primi accenni di mancanza di controllo dell’aggressività da parte del partner: TSO, non attendiamo oltre!

Abbiamo parlato finora della vittima, cioè della persona che vive la relazione in senso oppressivo e che si trova schiacciata dal machismo e dalla violenza.

Ma chi è il carnefice? Come approcciare la persona violenta, sia che perpetri le sue azioni a livello verbale, conducendo la relazione nella continua svalutazione dell’altro/a, violentandone l’animo, costringendolo/a a sentirsi inadeguato/a e sbagliato/a, sia che agisca malmenando?

E’ risaputo che a fronte della mancata gestione degli impulsi aggressivi vi siano persone che, in quanto affette da “Disturbi dirompenti del controllo degli impulsi e della condotta” vengono trattate a livello psichiatrico. Si tratta genericamente di persone che non riescono a resistere all’impulso violento. Queste, provando una forte tensione a fronte di una potente frustrazione, si calmano solo dopo aver sfogato e compiuto totalmente la rabbia con azioni violente. Subito dopo, possono sentirsi sollevate, quasi gratificate, mentre altre volte può accadere che, elaborando quello che hanno provocato, arrivano a provare del rimorso temendo conseguenze legali per il gesto compiuto.

In questi casi si procede, di solito, con un trattamento farmacologico e terapeutico per consentire al paziente di modificare il comportamento, acquistando un maggiore controllo degli impulsi aggressivi. Il trattamento psicoterapico mira, da un lato ad identificare le situazioni e i comportamenti che possono innescare una risposta aggressiva nel paziente, e dall’altra a far capire l’origine interna della risposta aggressiva agli eventi. Con tecniche specifiche (problem solving, tecniche di rilassamento, tecniche cognitive…) la persona viene aiutata a conoscere meglio se stessa e le proprie reazioni, ma soprattutto a ridirigere l’aggressività ricercando modalità alternative per gestire e per manifestare la propria rabbia.

Gli attacchi di rabbia incontrollata del partner

Come si è detto, esistono persone attenzionate per aver manifestato (forse ripetutamente?!) degli attacchi di rabbia incontrollata verso gli altri, non necessariamente un partner, magari anche per futili motivi, ma che per la persona violenta rappresentano, nella sua lettura della realtà, una situazione particolarmente lesiva e tale da generare una forte frustrazione che può sparire solo con scariche di violenza agita.

Se una tal persona si comporta così con chiunque, per esempio, insultando e minacciando una persona sconosciuta in strada, in questi casi vengono chiamate le Forze dell’Ordine, che procedono con ogni probabilità ad un accompagnamento coattivo presso una struttura sanitaria. Qui verrà accertato lo stato di salute psichica all’origine del comportamento minaccioso, da cui deriverà, con ogni probabilità, un’ordinanza sanitaria (TSO) in caso di rifiuto delle cure da parte del paziente psichiatrico. Perché questo non può essere applicato al partner che, per gli stessi futili motivi, costringe una donna a vivere nella costante paura di subire violenza?

Allora ci si domanda: se esiste già un protocollo per le persone che manifestano comportamenti violenti, anche autolesivi, perché non si pensa ad attivare un protocollo sanitario anche a carico degli uomini che non riescono a controllare gli impulsi violenti verso una donna? Può essere, il fatto dell’esistenza della relazione, un motivo valido per scartare l’ipotesi che il partner sia affetto da un mancato controllo degli impulsi ed agisca la violenza per un nonnulla, avendo nel partner trovato proprio il bersaglio ottimale?

Quante probabilità ci sono che la persona a cui viene imposto un divieto di avvicinamento non risolva trovando un’altra vittima, poiché la sua personalità è fondamentalmente centrata al narcisismo e machismo insieme? Quanti sono gli uomini che continuano a tormentare delle donne che, non denunciando, riescono comunque ad allontanarsi e questi cambiano magari obiettivo? Insomma, quel che si vuole affermare è che seppure non tutte le donne sottoposte ad ogni forma di violenza finiscono per essere uccise, di fatto è elevato il numero delle donne maltrattate che non trovano il coraggio o la strada giusta per cambiare vita e che subiscono in silenzio ma che potrebbero risolvere la loro esistenza se si approntasse un protocollo di diagnosi precoce, al verificarsi dei primi comportamenti aggressivi e violenti, di mancato controllo degli impulsi, al fine di accompagnare nella struttura di cura e sottoporre a conseguente psicoterapia.

L’azione di contrasto alla violenza di genere: l’approccio multifattoriale

L’azione di contrasto alla violenza di genere non può che essere costruita, quindi, sull’analisi dei diversi fattori che concorrono alla vittimizzazione: i rispettivi ruoli, la personalità dei soggetti coinvolti, la consapevolezza della situazione, le modalità di scarico della pulsione aggressiva, ecc..

L’analisi di tutte queste variabili deve concorrere a conoscere il caso concreto nella sua interezza spingendo a far sì che la vittima trovi il coraggio di comunicare esattamente quel che accade senza che possa sentire il peso dell’inutilità delle parole. La sofferenza, la visione tunnel, può produrre una reale difficoltà all’ascolto anche quando si teme di essere criticate o rimproverate. Anche per questa ragione, in esito alla conoscenza dei fatti, a partire dalle ripetute aggressioni verbali, chiunque deve spingere la vittima a rivolgersi a Centri Competenti nell’assistenza alle vittime di violenza, se non direttamente alla polizia, per ottenere che si attivi una procedura volta a scongiurare la violenza agita. Come si può scongiurare, se non con una anamnesi completa sullo stato di salute mentale del partner violento? Solamente la procedura di Trattamento Sanitario (Volontario o Obbligatorio) volta al recupero dell’individuo, mediante la conduzione alla consapevolezza del carattere disfunzionale del suo modello comportamentale. Non si può ritenere che la persona violenta sia tale solo per effetto di quella relazione con il partner, bisogna invece scongiurare il fatto che possa perpetrare gli stessi comportamenti anche nelle relazioni successive, quando incapace di concepire la persona con cui si relaziona come un essere altro, indipendente e libero di autodeterminarsi.

Occorre scongiurare la violenza in tutti i modi e non c’è braccialetto che tenga, poiché alla prima occasione utile la persona violenta metterà fine alla fonte delle sue frustrazioni con l’uccisione della partner. Ci sono strumenti atti a conoscere la reale pericolosità di una persona e ci sono anche i mezzi per impedire di uccidere. Non si può NON AGIRE solo perché è in pericolo un solo individuo e non la collettività intera, poiché intorno ad ogni singolo essere umano c’è e ci deve essere l’interesse della collettività a costruire un modo di prevenzione dalle violenze tout court!

Riepilogando, poiché non è semplice riassumere questa logica di prevenzione alla vittimizzazione, occorre:

  1. Interrogarsi per capire fino in fondo e per non rimanere appesi alla speranza: chiunque viva una situazione di forte disagio con il partner deve cercare di affrontare con decisione il percorso di conoscenza circa la reale valenza dei suoi comportamenti nei propri riguardi, non cedendo affatto alla tentazione del giustificazionismo per attutire il dolore.
  2. Non dilazionare il tempo di permanenza nella relazione violenta. Per evitare di allungare il tempo di permanenza, e conseguentemente di maggiore esposizione alle angherie, ai soprusi e alle violenze verbali e fisiche, è necessario raggiungere il prima possibile la reale comprensione della situazione. L’accettazione ed il riconoscimento della relazione disfunzionale, permeata dal confronto con un esperto, permetterà di conoscere come siamo e “funzioniamo” nella relazione, ponendo di fatto un pilastro: la convinzione che esiste una via d’uscita.
  3. C’è sempre una via d’uscita. E’, questo, un assioma indefettibile, maturato il quale, si deve spingere all’azione costruttiva di protezione di se stessi in primis! Nessuno può salvare nessun altro se non si mette prima al riparo. Ecco il primo step per scongiurare il fatto che non si appartenga a quella fetta di donne e uomini che sono in cerca di relazioni votate al rapporto masochistico per essere nutriti dal vittimismo.
  4. La famiglia, gli amici e quanti possono, devono accompagnare e finanche spingere la vittima a colloquiare con un professionista (psicologo, psichiatra, centri di ascolto…) che lo aiuti a dare un senso a ciò che sta vivendo, scongiurando il pericolo di incorrere nella sindrome della crocerossina (il mio amore ti salverà, lo guarirò…) del giustificazionismo (sta passando un brutto periodo e tornerà quello di prima…), del masochismo (meglio gli schiaffi che vivere senza di lui, se lo lascio è peggio…non so vivere con il senso di colpa, se lui poi si uccide e così via…). Perché quello che emerge in certi episodi di cronaca è che tutti conoscevano la relazione malata, ma nessuno si aspettava che potesse giungere ad un tale epilogo. Per non dilungarsi, non è questo lo scopo di questo articolo, sui casi in cui, seppur si è giunti a denunciare, di fatto si è rimasti soli, il richiamo all’insistenza all’accompagnamento, a far si che la vittima faccia la scelta più giusta, non deve mancare. Se dalle denunce non scaturisce nulla, è anche perché da soli non si fa rumore!
  5. Mai sottovalutare la pericolosità del partner violento. Che si limiti alle sole parole anziché alle mani, non significa che possa rimanere giustificabile il comportamento di denigrazione e annullamento dell’altro. Dalla violenza verbale a quella fisica il passo è davvero breve!
  6. Accompagnamento all’allontanamento. Qui le Istituzioni devono fare mea culpa per non aver ancora approntato un percorso risolutivo o quantomeno limitativo dei rischi, nonostante le tante vittime, che non sono solo quelle decedute. Questo è accaduto perché non si è ancora metabolizzato il fatto che gli autori di violenza di genere hanno un reale problema di personalità, il che non vuol dire che siano privi di razionalità o siano malati mentali. Si afferma che hanno un problema nel controllo degli impulsi a fronte delle frustrazioni, tipicamente originate in personalità narcisistiche. Non sembra opportuno fare questo tipo di valutazioni solo a posteriori e al solo scopo di ottenere sconti di pena! Non siamo in presenza di un “malato mentale” che possa essere scriminato dalle responsabilità penali conseguenti i suoi comportamenti delittuosi nei confronti della vittima, anzi, il contrario: sono persone razionalmente capaci di comprendere il disvalore dei loro gesti, è solo che non sanno tollerare la frustrazione che deriva dal sentirsi rifiutati, svalutati, inadeguati nel confronto con la partner. Donne considerate oggetto, proprietà, e quando vivono autonomamente qualunque cosa, anche un percorso di laurea, un aperitivo con un’ amica, una qualunque situazione personale, ecco che scatta la molla della violenza. E allora, le persone che vivono con il “difetto” del mancato controllo degli impulsi aggressivi, coloro che sono permeati dalla rabbia, dall’odio nei confronti delle donne, questi devono essere preventivamente trattati sanitariamente al fine di scongiurare che possano mettere in atto comportamenti omicidiari e suicidiari. Ci sono persone che hanno sterminato intere famiglie. Le Istituzioni devono fare in modo, quindi, che davvero la persona violenta sia costretta ad un percorso di assistenza psicologica/psichiatrica alla gestione dell’aggressività, obbligandolo al distacco, non solo fisico ma anche emotivo. Non può bastare, infatti, un semplice divieto di avvicinamento alla vittima, perché questo non prevarrà sul bisogno di sfogare il senso di frustrazione prodotto dall’abbandono, occorre un monitoraggio costante dei suoi comportamenti e relativi progressi sul piano psicoterapeutico se vogliamo davvero salvare vite umane. Necessita, quindi, dare vita ad un programma di azione preventiva volta a conoscere la personalità del partner violento al quale, se rifiuta il programma deve essere imposto un Trattamento Sanitario Obbligatorio, come accade per tutte quelle persone che, seppur integrate nel tessuto sociale (lavoro, scuola, amici, ecc.) non riescono ad avere un rapporto sereno, normale, soprattutto sano con chiunque della società. Spesso la segnalazione parte proprio dal mondo delle relazioni circostanti: famiglia, conoscenti e talvolta anche da parte di sconosciuti quando la persona manifesta i sintomi in pubblico. Perché non può essere lo stesso per uno stalker, un marito, compagno fidanzato violento, pervaso da ideazioni che vengono ricondotte sic et simpliciter alla gelosia?
  7. Percorso di riabilitazione
  8. L’assistenza dei familiari al recupero della persona e l’accettazione delle problematiche

In definitiva, l’approccio al problema femminicidio e alla violenza di genere, per essere risolto, non deve essere letto come un fatto semplicemente culturale, ma affrontato con un approccio multidisciplinare, attingendo a tutte le risorse esistenti ed utili ad approntare strumenti atti a prevenire e difendere la società tutta da comportamenti di questo tipo e loro conseguenze, che non pesano solo sui diretti interessati. Si comprenda che la violenza agita non è un problema che coinvolge una sola persona, ovvero quella che si trova a vivere direttamente il dramma, ma è la vita di tutti ad essere interessata dalle ripercussioni che genera il fenomeno stesso. Si tratta dei cosiddetti costi sociali, intesi non semplicemente in senso economico ma soprattutto per la disfunzionalità generata in seno alla società: dalle famiglie spezzate, ai figli orfani e senza reddito, ai figli superstiti martoriati dalla violenza subita che non conoscono una relazione sana. Il femminicidio, la violenza di genere è il problema di tutti e che va risolto partendo dall’origine della violenza: l’incapacità a gestire gli impulsi aggressivi originati dalla rabbia!

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