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Forze Armate e di Polizia. Oltre il visibile: disagi e difficoltà

Negli ultimi anni il problema che ha coinvolto le forze armate e di polizia ha iniziato ad avere un peso non indifferente.

Si è evidenziato come donne e uomini in divisa tendano a compiere gesti estremi, frequentemente, usando la pistola d’ordinanza e sul posto di lavoro, arrivando a togliersi la vita.

Le motivazioni più discusse, spesso, riguardano stress da lavoro correlato, burnout, patologie psicosomatiche, disagi relazionali, stereotipi e pregiudizi vari.

È, però, importante capire cosa sono nello specifico queste “problematiche/motivazioni”.

Spesso entrano in gioco le emozioni che rappresentano la componente del sentire e percepire sè stessi, le persone, l’ambiente circostante e gli oggetti.

L’emozione è un’esperienza multidimensionale e processuale con una forte funzione di organizzazione cognitiva-affettiva che media il rapporto tra l’organismo e l’ambiente.

Gestire le emozioni permette non di controllarle, quanto di utilizzarle come strumenti per agire senza farsi travolgere o trasportare da esse, significa re-agire. Questa gestione permette, inoltre, di essere padroni di sè stessi perché consente di rimanere lucidi, efficaci senza perdere la testa: saper scegliere i propri comportamenti, essere intenzionali nelle scelte valutandone gli effetti sulla propria persona e sugli altri.

Con una sana gestione si riesce a trasformare le emozioni spiacevoli (o non utili al contesto) in emozioni piacevoli, di essere capaci di motivare sé stessi, essere in grado di dominare l’emozione vivendola finché non se ne comprende il messaggio, il senso o il significato.

Quando tutto questo viene meno si parla di “svuotamento delle risorse” che comporta, inevitabilmente, problemi di stress seguiti da gesti estremi.

Quindi, stress ed emozioni sono strettamente correlate e, all’instaurarsi di condizioni croniche, possono determinare l’insorgere di patologie più o meno gravi.

Lo stress è, inoltre, associato ad una quantità di disturbi psicologici, tra essi: disturbo da stress post-traumatico, disturbo acuto da stress, disturbi psicosomatici, depressione, disturbo bipolare, disturbi d’ansia, disturbi della sfera sessuale e disturbi dell’alimentazione.

Nel caso specifico sono da prendere in considerazione:

  • Il disturbo acuto da stress;
  • Il disturbo da stress post-traumatico.

A seguito di un’esperienza molto stressante è possibile che l’individuo sviluppi un Disturbo acuto da Stress. Tale disturbo emerge nel corso dell’esperienza traumatica e del primo mese successivo all’evento.

I sintomi comprendono dissociazione, evitamento, elevato arousal, difficoltà di concentrazione, può essere, inoltre, predittivo di disturbi post traumatici da stress.

Il Disturbo acuto da stress differisce dal Disturbo da Stress post-traumatico per la gravità dei sintomi, che non sono riconducibili a un comune disturbo d’assestamento e per la loro comparsa. Il disturbo include, infatti, sia l’esperienza traumatica, sia i sintomi manifestati entro un mese dal trauma.

Il Disturbo da Stress post-traumatico fa parte dei Disturbi d’Ansia, categoria diagnostica per la quale la terapia cognitivo-comportamentale ha sviluppato approcci efficaci. Dato il carattere che il disturbo può assumere, una volta riconosciuto, è importante intervenire tempestivamente. Scopo della terapia cognitivo-comportamentale è aiutare il soggetto ad identificare e controllare i pensieri e le convinzioni negative, identificando gli errori logici contenuti nelle convinzioni e le alternative di pensiero e di comportamento più funzionali e vantaggiose in relazione all’evento traumatico vissuto.

Entrando nello specifico, secondo una definizione del National Institute for Occupational Safety and Health:

«Lo stress dovuto al lavoro può essere definito come un insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore.»

Gran parte dello stress della vita quotidiana proviene dall’attività lavorativa. I ritmi sempre più sostenuti e le richieste pressanti delle aziende, oltre alla crescente tendenza ad identificarsi con il proprio lavoro, determinano spesso un grande investimento di risorse che, prolungato nel tempo, può intaccare seriamente il nostro benessere.

Diverse patologie psichiche come stress, ansia e panico possono generarsi da un ambiente lavorativo poco sano e compromettono le risorse individuali. Per questo motivo chi si occupa di risorse umane è oggi chiamato più che mai a favorire la diffusione del benessere organizzativo, a motivare ed a prevenire il senso di frustrazione.

Richieste eccessive protratte nel corso del tempo sul posto di lavoro possono dare origine alla sindrome del Burnout, una vera e propria forma di esaurimento derivante dalla natura di alcune mansioni professionali.

Dal termine inglese letteralmente significa essere bruciati, esauriti, scoppiati, logorati. Il soggetto sviluppa l’impressione di aver «bruciato» tutte le proprie energie per far fronte al lavoro; tale condizione implica importanti conseguenze, sia per il singolo individuo, sia per gli utenti/pazienti, sia infine per l’intera organizzazione – in quanto persone che presentano questa condizione patologica o abbandonano il posto di lavoro o, qualora decidano di rimanere forniscono prestazioni di livello inferiore alle aspettative.

LE PRINCIPALI CAUSE DEL BURNOUT NELLA POLIZIA LOCALE

  1. Conflitto o ambiguità di ruolo;
  2. Conflitti con i superiori;
  3. Conflitti con i colleghi;
  4. Incidenti critici;
  5. Mancanza di un’adeguata supervisione;
  6. Difficoltà nelle relazioni familiari;
  7. Difficoltà ad esprimere i propri sentimenti ed emozioni.

Il burnout si distingue dallo stress, poiché quest’ultimo può configurarsi come concausa del primo, non è un disturbo di personalità ma del ruolo lavorativo e, spesso, non colpisce solo il singolo ma l’intero sistema lavorativo.

RISCHI PSICOSOCIALI PER IL PERSONALE DELL’EMERGENZA

Un aspetto fondamentale riguarda le conseguenze che gli eventi traumatici possono esercitare non solo sulle vittime dirette, ma anche su coloro che svolgono professioni a rischio, quali le forze dell’ordine, militari, vigili del fuoco, operatori del 118, etc..

Il principale fattore di rischio per gli operatori è connesso all’imprevedibilità dell’evento:

  • L’operatore non conosce in anticipo che ciò che effettivamente si troverà ad affrontare e le circostanze inaspettate possono comportare effetti fortemente stressanti;
  • Se si aggiunge la mancanza di informazioni adeguate per affrontare la situazione, le conseguenze emotive risultano ulteriormente accentuate;
  • La visione dei corpi feriti, la presenza di situazione altamente a rischio per la propria vita sono in grado di generare ulteriore stress.

QUALE ELEMENTO È CONSIDERATO “RISCHIOSO” IN QUESTO ATROCE GESTO?

Un elemento da prendere in considerazione, oltre a tutte queste dinamiche che generano vera e propria frustrazione seguita da tanta aggressività verso sè stessi, è l’arma o pistola d’ordinanza. Essa renderebbe più semplice il gesto, perché quando si è inglobati e si vorrebbe porre fine alla situazione o quando il soggetto ha perso il senso della realtà, l’unica soluzione è “utilizzare la pistola d’ordinanza” perché considerata un male minore rispetto ad altre modalità che non appartengono alla categoria.

ESISTONO FATTORI PREDITTIVI?

Certo! E qui vengono prese in considerazione le caratteristiche temperamentali e le predisposizioni individuali. È importante chiarire cosa sono i meccanismi di difesa e gli stili di coping, elementi importanti che vengono sintetizzati dalla parola “RESILIENZA”, in psicologia, indicata come la capacità di far fronte agli eventi traumatici in modo adattivo, riorganizzando positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre senza alienare la propria identità.

Nella vita quotidiana è normale fare ricorso a delle strategie difensive e, spesso, si tende a privilegiarne alcune invece che altre, ovviamente questo dipende dalle caratteristiche di base della personalità.

È importante fare una distinzione tra :

  • meccanismi di difesa, sono inconsci, rigidi e dotati di valore adattivo soltanto per un Io immaturo;
  • stili di coping, sono consci, flessibili e adattivi. Le strategie di coping, tendenzialmente, sono la risposta alle esperienze di stress, che nascono dagli ostacoli al raggiungimento degli obiettivi desiderati.

TECNICHE DI INTERVENTO PER LA GESTIONE DEL POST-EMERGENZA

Qualsiasi tipo di intervento dovrebbe avere come obiettivo finale quello di rievocare i ricordi traumatici per poi rielaborarli e, infine, integrarli all’interno di sé.

È importante è necessario, all’interno dei corpi di polizia e dei soccorritori (soggetti vulnerabili), costituire una forma preventiva di “trattamento” al fine di evitare spiacevoli conseguenze come quelle sopra citate.

Due sono le procedure che potrebbero/dovrebbero essere utilizzate:

  1. DEFUSING «disinnescare», consiste in una discussione di gruppo, effettuata nelle prime ore successive all’evento critico. Può essere considerato un primo «soccorso emotivo» delle vittime, condotto non necessariamente dallo psicologo. La sua finalità è quella di condividere l’esperienza vissuta, riducendo il senso di isolamento che i singoli possono percepire dopo il trauma ed aiutandoli ad acquisire una sorta di «normalità» e si basa sulla costituzione di gruppi omogenei di 6-8 persone che abbiano condiviso la medesima situazione traumatica. La durata della discussione di gruppo varia dai 20 minuti ad 1 ora, guidata da due conduttori che si occupano di rispettare tre fasi del percorso:
  2. Fase introduttiva, in cui spiegano le finalità dell’incontro;
  3. Fase operativa, durante la quale viene richiesto ai membri del gruppo di descrivere l’accaduto;
  4. Fase informativa, dedicata alla spiegazione di alcune indicazioni attuabili per ridurre lo stress.
  5. DEBRIEFING «parlare» «raccontare ciò che è successo» o «stendere rapporto dopo una missione su ciò che è stato fatto»: tecnica ideata per ridurre lo stress nel personale di soccorso e prevenire disturbi psicologici potenzialmente derivanti da catastrofi.

È consigliabile svolgere il debriefing dopo il defusing che deve essere svolto da un debriefer esperto in psicologia e formato per svolgere questa attività.

Due sono le tipologie di debriefing:

  • Individuale
  • Di gruppo.

Si svolge in due fasi:

  • Prima fase: i partecipanti vengono guidati in un processo di ricostruzione realistica dell’evento collettivamente vissuto;
  • Seconda fase: di tipo emotivo, viene richiesto di descrivere ed esteriorizzare le emozioni provate durante e dopo l’evento stesso.

Il momento migliore per condurre il debriefing si colloca fra le 24 e le 96 ore successive all’evento.

Il numero dei partecipanti non deve essere superiore a 15.

Da quella che è la mia poca esperienza in tale ambito, si potrebbe arrivare allo stesso risultato operando in modo diverso ed attuando delle strategie, che potrebbero essere definite “Emotional Support”. Tali strategie consistono nella periodicità degli interventi che dovrebbero svolgersi settimanalmente con colloqui di sostegno psicologico nei quali, oltre a conoscere i singoli dipendenti e funzionari, si andrebbe a lavorare in una fase iniziale singolarmente sulle emozioni e problematiche di tipo emotivo emerse negli ultimi giorni e che emergono dagli incontri, e, solo successivamente, se necessario in forma collettiva/gruppale.

I funzionari non verranno mai lasciati soli, ma, con l’aiuto del professionista, verranno accompagnati in un percorso di riabilitazione emotiva, in modo da non far emergere quel senso di solitudine che spesso assale i soggetti “vulnerabili”.

Gestendo sin dall’inizio queste emozioni “scomode” si porterà l’operatore ad avere consapevolezza di ciò che prova, il quale arriverà a riconoscerle riuscendo a manipolarle mentalmente in modo da capire quali sono quelle funzionali ed adattive per la propria salute e quali quelle da accantonare per evitare di farsi inglobare tali da scaricare i pensieri intrusivi e facendo emergere la modalità di benessere più consona alla propria persona.

Il ruolo del professionista è far capire perché non si dovrebbero rimuginare i pensieri, sentimenti ed emozioni negative e perché sia più importante focalizzarsi su quelli positivi, consentendo al soggetto di poter sfruttare al massimo le proprie capacità di resilienza ed adattamento all’ambiente lavorativo.

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