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COS’ERA UN TEMPO QUESTO NEMICO IMBATTIBILE?

#covid_19

Negli ultimi mesi non abbiamo fatto altro che ascoltare, sia all’interno dei notiziari sia nell’ambiente sociale, un nome che ha contribuito a generare terrore a livello mondiale. Al suono COVID19 inizia in noi un senso di pelle d’oca e di tensione come se qualcosa di inaspettatamente malvagio stesse per attaccarci all’improvviso.

Di questo sentire, si parlerà, ovvero di ciò che ha confinato  milioni di persone in casa e nelle sensazioni intime più negative.

La nuova famiglia dei Coronavirus è nota per aver causato malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi quali la “Sindrome respiratoria mediorientale” indicata con l’acronimo MERS e la “Sindrome respiratoria acuta grave” indicata, invece, con l’acronimo SARS. Questa nuova famiglia, identificata a metà degli anni ’60, è nota per contagiare l’uomo ed alcuni animali (inclusi uccelli e mammiferi). Le cellule bersaglio primarie sono le epiteliali quelle del tratto respiratorio e gastrointestinale.

Ad oggi, i Coronavirus in grado di infettare l’uomo sono:

  • “Coronavirus umani comuni: HCoV-OC43 e HCoV-HKU1 (Betacoronavirus) e HCoV-229E e HCoV-NL63 (Alphacoronavirus); essi possono causare raffreddori comuni ma anche gravi infezioni del tratto respiratorio inferiore”
  • “altri Coronavirus umani (Betacoronavirus): SARS-CoV, MERS-CoV e 2019-nCoV (ora denominato SARS-CoV-2)”.

Il nuovo Coronavirus, scoperto in Cina nel dicembre 2019, è chiamato COVID19. È un nuovo ceppo mai stato identificato nell’uomo. In particolare, quello denominato SARS-CoV-2, non era mai stato individuato prima di essere segnalato a Wuhan. Questo nuovo ceppo è stato definito “Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2” (SARS-CoV-2).  Nell’etimologia del termine, “CO” sta per Corona, “VI” per Virus, “D” per Disease e “19” sta ad indicare l’anno in cui si è manifestato.

ANDIAMO UN Po’ A RITROSO…

E’ spontaneo chiedersi da dove sia arrivato questo “nemico” e come ci abbia trovati.

Per i ricercatori della Harvard Medical School, qualcosa di strano a Wuhan si è verificata già nei mesi precedenti della fine del 2019: in particolare a iniziare da agosto, con un picco evidente ad ottobre.” E lo confermano almeno due fatti del tutto particolari.

  • Il primo riguarda le presenze negli ospedali cittadini. Dalle immagini satellitari, infatti, emergerebbe in modo clamoroso come il numero di cittadini che ad ottobre si sono recati presso i vari nosocomi di Wuhan fosse evidentemente superiore rispetto agli stessi giorni degli anni precedenti. Da un’immagine contenuta nello studio, per esempio, si nota che all’Hubei Women and Children Hospital c’è una differenza sostanziale di auto presenti nei parcheggi: 393 auto in un giorno dell’ottobre 2018 e 714 nel 2019. Poco meno del doppio. Secondo lo studio, tra settembre e ottobre, cinque dei sei ospedali di Wuhan analizzati hanno visto il loro più alto volume giornaliero di automobili. «Si tratta di un crescente numero di informazioni che indicano qualcosa che stava accadendo a Wuhan in quel momento», ha detto il dottor Brownstein alla ABC.
  • Il secondo fatto portato come esempio calzante nello studio americano, riguarda invece le ricerche online: l’utilizzo delle parole “diarrea” e “tosse” è aumentato notevolmente ben prima del picco nei casi confermati di Covid-19 alla fine del 2019. Segno, questo, che potrebbe voler dire che il coronavirus era già in fase di picco epidemiologico.

Di certo, però, l’ipotesi di un virus già in circolazione ad ottobre, alimenta i sospetti sui Giochi Militari di Wuhan, disputati nella città cinese (considerata oggi l’epicentro della pandemia) tra il 18 e il 27 Ottobre 2019. Durante quei giochi, secondo molte testimonianze, diversi atleti (anche italiani) accusarono sintomi influenzali abbastanza importanti. A quella manifestazione, giova ricordarlo, hanno partecipato circa 10 mila sportivi provenienti da oltre cento Paesi di tutto il mondo. E se veramente l’epidemia era già esplosa, quell’evento ne ha di certo aiutato la diffusione al di fuori dai confini cinesi”.

“Pensa al male che il bene viene!”

direbbe qualche illustre del passato

“Spunta un episodio anomalo della cronache cinesi o per lo meno, da quanto trapela. Secondo quello che risulta a Tgcom24, ben prima dell’epidemia internazionale legata al coronavirus poi chiamato Covid-19 ci fu un’esercitazione militare proprio a Wuhan. Le autorità chiesero all’esercito di organizzare per settembre delle operazioni di soccorso simulando un pericolo batteriologico. L’esercitazione fu programmata in vista dei Giochi delle Forze Armate cinesi in programma il mese successivo a Wuhan. Casualmente il nemico da battere fu chiamato “coronavirus”, definizione che, ricordiamolo, riguarda una grossa quantità di virus conosciuti per causare diverse malattie. E qua la coincidenza: due mesi dopo a Wuhan fu registrato il “paziente zero”. 

Il 18 settembre le autorità cinesi avrebbero organizzato anche un piano di risposta d’emergenza per l’aeroporto Tianhe di Wuhan nel caso si fosse riscontrato un passeggero colpito dall’infezione di quel nemico chiamato coronavirus. Ma come mai, tra tutte le possibile infezioni che possono colpire gli esseri umani, si scelse proprio il “coronavirus”?

E sono proprio le tempistiche quelle che hanno creato un alone di mistero intorno allo scoppio dell’epidemia. Ne è un altro esempio la mail spedita il 2 gennaio dall’Istituto di virologia di Wuhan al personale dei suoi dipartimenti. “Il comitato sanitario nazionale richiede esplicitamente che tutti i dati sperimentali dei test, i risultati e le conclusioni relative a questo virus non siano pubblicati su mezzi di comunicazione autonomi – si legge nella lettera, che prosegue specificando –  non devono essere divulgati ai media, compresi quelli ufficiali e le organizzazioni con cui collaborano. Si chiede di rispettare rigorosamente quanto richiesto”. In sostanza, leggendo quelle parole in controluce, il mondo non deve sapere”.

VERSO IL LOCKDOWN…

Affinchè la diffusione di questo virus venisse contenuta, tutto il mondo fu costretto ad un periodo di “reclusione forzata”. Questo periodo definito “lockdown” o anche “quarantena” mostrò strumento indispensabile. In questo periodo è più che naturale attraversare momenti di disorientamento, angoscia e confusione che può essere superata attraverso l’accettazione di ciò che non possiamo controllare o cambiare. In questo senso solitudine ed introspezione assumono un’importanza determinante sul benessere psicofisico e possono essere un’arma a doppio taglio durante questo periodo di isolamento. Periodo di particolare importanza poiché si attraversano delle fasi simili all’esposizione all’evento traumatico; si passa da una condizione iniziale di incredulità, fatica a credere a ciò che sta succedendo sino ad arrivare, per fino, ad accettare l’intera condizione. Dalla prima “chiusura” si è passati da una condizione di mancato adattamento ad una di completo adattamento.Di fronte a questo scenario però, scenario che ha coinvolto tutto il mondo, gli esseri umani nella maggior parte dei casi sono assaliti da una serie di emozioni che giocano un ruolo importantissimo, stravolgendo le scelte più pianificate o basate su dati di fatto.Ciò che ne potrebbe conseguire è un forte calo del tono dell’umore, altri livello di ansia e paura, insonnia, irritabilità, confusione mentale e disturbi cognitivi (disturbi che vanno dalla difficoltà a mantenere la concentrazione alla ridotta attenzione).

IL RUOLO DELLE EMOZIONI DI FRONTE AD UN NUOVO NEMICO

L’emozione è il prodotto di diversi processi neurofisiologici organizzati gerarchicamente ed indipendentemente gli uni dagli altri. È “l’allontanamento dal normale stato di quiete dell’organismo, cui si accompagna un impulso all’azione ed alcune specifiche reazioni fisiologiche interne, ognuna delle quali si esprime attraverso una diversa configurazione e designa diverse risposte emotive quali: gioia, tristezza, paura, compassione”.  

Dalle varie ricerche, si è potuto evidenziare come la “paura” abbia, nella maggior parte dei casi, preso il sopravvento. La paura come emozione primaria, fondamentale per la difesa e la sopravvivenza, serve a mettere in salvo dai rischi. Però, se essa non viene lavorata nel modo adeguato, ciò  percependo il Coronavirus come pericoloso predatore inarrestabile, si rischia di manifestare comportamenti impulsivi, frenetici ed irrazionali che rischiano di essere controproducenti. Si passa, spesso, al panico o all’ansia generalizzata (GAD), per cui un pericolo limitato e contenuto di contagio viene generalizzato percependo ogni situazione come rischiosa ed allarmante.

L’ansia, generalmente, è quell’emozione provata di fronte ad una sensazione di minaccia reale o figurata. “È una risposta ordinaria ed innata di attivazione, caratterizzata da un aumento della vigilanza e dell’attenzione che ha l’obiettivo di preparare ad affrontare il pericolo percepito ponendo in una situazione di attacco o fuga”.

Gli individui potranno o farsi inglobare dalla situazione o reagire. Ci si trova di fronte al concetto di  “resilienza”, definita come la capacità di fronteggiare con successo e superare in modo adattivo le esperienze che mettono a dura prova l’individuo. Resilienza e vulnerabilità definiscono i limiti dell’umano. Individui resilienti riescono a fronteggiare le difficoltà e gli eventi traumatici, ma possono esserne rinforzati perché superandoli riescono ad incrementare la fiducia nelle proprie abilità. In alcuni casi, può essere sviluppata una situazione di “ipocondria” intesa come la tendenza ad  eccessiva preoccupazione per il proprio stato di salute percependo ogni sintomo come segnale inequivocabile di infezione da Covid19.

Vi sono situazioni nelle quali alcune emozioni si trasformano in “odio”. Odio sui presunti “colpevoli” stranieri o italiani, sulla scia della necessità umana di trovare sempre un colpevole. Ed è quando ci si trova in situazioni in cui il pericolo viene captato dall’individuo come situazione fin troppo grande da essere gestita che parliamo di “Stress”. Lo stress è, quindi, la risposta psicofisica ad una quantità di compiti emotivi, cognitivi o sociali identificati dalla persona come eccessivi. Stress ed emozioni sono strettamente correlati e, all’instaurarsi di condizioni croniche, possono determinare l’insorgere di patologie più o meno gravi. Lo stress è, inoltre, associato ad una quantità di disturbi psicologici, tra essi: disturbo da stress post-traumatico, disturbo acuto da stress, disturbi psicosomatici, depressione, disturbo bipolare, disturbi d’ansia, disturbi della sfera sessuale e disturbi dell’alimentazione.

Epidemie, attentanti e disastri naturali del passato, hanno contribuito ad intaccare la tenuta psicologica della popolazione e le conseguenze sono legate alle caratteristiche intrinseche di quegli eventi e non all’isolamento sociale. Ciò che lascerà questo periodo potrebbe essere un ricordo traumatico che non cadrà nel dimenticatoio e si presenterà sottoforma di ricordi intrusivi e flashback che il soggetto ripeterà nella propria mente e che favoriranno le stesse emozioni provate nel periodo. Questo disturbo traumatico/ansioso rappresenta l’esito di uno sviluppo sconvolgente che indebolisce le abilità personali di gestione emotiva dello stress. Esso è una vera e propria ferita che ha effetti sulla mente, sul corpo e sulle dinamiche interpersonali dell’individuo. Il trauma rappresenta l’esito di uno sviluppo sconvolgente che indebolisce le abilità personali di gestione emotiva dello stress. Esso è una vera e propria ferita che ha effetti sulla mente, sul corpo e sulle dinamiche interpersonali dell’individuo.

CONSEGUENZE E RIPERCUSSIONI

Gli strascichi lasciati da questa serie di emozioni, si determinano sotto forma di sintomi fisici o psichici più o meno gravi e di durata più o meno variabile. Quando ci si rende conto di non saper affrontare ogni situazione quotidiana con i giusti meccanismi o con le adeguate strategie, diventa importante impegnarsi in un percorso individuale o di gruppo che permetta al singolo di ottenere la giusta consapevolezza per affrontare ogni tipo di malessere. Si può ricorrere, anche, ad azioni semplici che fanno parte della quotidianità. Ad esempio, per superare in modo adattivo la situazione di “isolamento” è importante usare la gran quantità di mezzi elettronici di cui siamo dotati,  dalle videochiamate alle telefonate più frequenti. Per quanto riguarda la noia bisogna darsi delle regole e ricostruire una nuova quotidianità, con orari fissi per il lavoro per chi è in collegamento da casa, ma anche per i pasti e per i momenti di svago davanti alla tv.

È importante mantenere un alto livello di guardia per garantire il benessere proprio ed altrui. Se si interviene su questi punti si avranno dei benefici nel mitigare gli effetti negativi dopo.

E GLI OPERATORI SANITARI?

Il prolungarsi dell’emergenza sanitaria può aumentare, in modo crescente, pressione e paura nel personale sanitario e comportare una cronicizzazione dello stress legato al lavoro. Se prolungato nel tempo ed accompagnato da pressione intensa, lo stress può determinare un esaurimento delle risorse psicologiche ed in alcuni casi l’emergenza di burn-out.

“Il burn-out è una sindrome derivante da stress cronico sul posto di lavoro, non adeguatamente gestito. È caratterizzato, in particolare, da una sensazione di svuotamento dalle energie o esaurimento, un aumento della distanza mentale e di sentimenti negativi o cinici verso il lavoro altrui ed una ridotta efficacia professionale”.

Oltre le conseguenze della popolazione mondiale, è importante sottolineare l’esposizione del personale sanitario ad un alto livello di stress psicologico e fisico; è chiaro il potenziale di contagio in ogni ambiente di vita e di lavoro, gli operatori sanitari sono identificabili tra la categoria di lavoratori a maggior rischio di esposizione al virus; le condizioni lavorative quali quelle inerenti alla gestione dell’emergenza sanitaria, espongono tutti loro ad un crescente sovracarico operativo ed emotivo. Essi hanno dovuto confrontarsi con cambiamenti drastici delle condizioni organizzative, relazionali, ambientali, psicologiche e nella vita privata.

Quasi tutti gli operatori vivono con il timore di contrarre l’infezione e di trasmetterla ai propri familiari, la sofferenza per la perdita di pazienti e colleghi, separazioni spesso prolungata dalle famiglie, cambiamenti nelle pratiche e procedure di lavoro, necessità di fornire maggiore supporto emotivo ai pazienti in isolamento, fatica fisica legata al prolungato utilizzo dei dispositivi di protezione.

INTERVENTI PSICOLOGICI

È importante sottolineare l’impossibilità da parte degli specialisti di poter svolgere il proprio lavoro con modalità predefinite. Molti di essi si sono attrezzati affinchè il loro supporto arrivasse all’interno delle abitazioni e potesse aiutare gli individui a superare quelle situazione definite “a rischio”.

È indispensabile scegliere ed agire in direzione del futuro!

Ci si ritrova di fronte ad una condizione di minaccia per la vita che è condivisa dalla comunità, ma è vissuta dagli individui o dai nuclei familiari in isolamento sociale, come una condizione che porta a una inevitabile limitazione della co-regolazione.

In un contesto di distanziamento sociale, l’attivazione del reaching out (strategia di ricerca dell’altro tipica della difesa “mammifera” del pianto di attaccamento), spinge l’essere umano a mantenere almeno le connessioni virtuali con i propri simili, l’utilizzo di una videochiamata permette, infatti, di percepire la voce e l’espressione facciale dell’interlocutore. Tuttavia tale attivazione può non rivelarsi sufficiente alla co-regolazione e può far, inoltre, saltare il “patto sociale”, ovvero le norme, le regole e le aspettative alla base del nostro quotidiano vivere e del nostro senso di sicurezza. Un impatto rilevante potrebbe subirlo il sistema nervoso in allarme che, non avendo la possibilità concreta di attivare il coinvolgimento sociale, tenderebbe ad iperattivare i sistemi di difesa animale più antichi”.

Nei pazienti, ma anche in tutti noi, infatti, possiamo notare delle risposte comportamentali quali: fuga (es. uscite fuori dalle regole), attacco (rabbia intensa verso le istituzioni o verso i conspecifici che si avvicinano) o anche fenomeni di immobilizzazione riconducibili a difese animali come il congelamento (paralisi, insonnia, attacchi di panico) o il collasso (ipersonnia, ipoattivazione, stanchezza, mancanza di motivazione all’azione). È normale sottolineare come ogni persona reagirà in base alla propria storia di vita e al proprio modello operativo interno (Bowlby,1973).

Ciò che il terapeuta potrebbe fare è regolare i sistemi nervosi dei pazienti, in modo da trasformare la situazione peritraumatica in un’occasione di espansione sia della consapevolezza sia della capacità di gestire i propri stati interni e il senso di impotenza esperito.

Una distinzione fondamentale da fare è quella tra intervento in ambito emergenziale ed intervento di tipo ordinario, “poiché l’applicazione delle competenze psicologiche e psicoterapeutiche, proprie del setting clinico, necessita di essere adattata ed integrata con le conoscenze delle prassi emergenziali e  delle prestazioni online (CNOP, 2020)”. (Fonte Stateofmind)

“Questa condizione pandemica pone, per la prima volta della storia della psicoterapia, paziente e terapeuta nella stessa situazione peritraumatica, poiché si condividono il momento e le  emozioni condizione questa che genera un senso di impotenza e vulnerabilità condivisi e favorisce allo stesso tempo empatia e compassione. Attraverso gli interventi online, emerge l’opportunità di condividere, nel qui ed ora, la propria esperienza umana. Le nostre case si aprono reciprocamente, facendoci accedere, attraverso lo schermo, ai luoghi quotidiani dell’altro. Gli spazi d’intimità visibili favoriscono, paradossalmente, maggior vicinanza rispetto alla presenza fisica nel setting abituale”.

Un ulteriore strumento di intervento potrebbe essere la “mindfullness”, individuale o di gruppo, ovvero una pratica di auto-osservazione che conduce ad una graduale maggiore consapevolezza di sé e della realtà vissuta; è un modo di stare in interconnessione e relazione con sé stessi, con gli altri e con il mondo, con atteggiamento di interesse, amicizia, accoglienza, apertura, lasciando risuonare quello che c’è, in modo non giudicante. “Tale pratica si sviluppa partendo da una costante cura dedicata a qualità umane universali, innate intenzioni transpersonali quali la gentilezza verso sé stessi e gli altri, la compassione, la capacità di gioire con e per gli altri e l’equanimità, cioè la disponibilità e capacità di andare incontro a tutti i momenti della vita con eguale rispetto e sensibilità”.

Essa potrebbe risultare importante poiché essendo esposti alla  mancanza di sicurezza fisica ed economica, all’isolamento forzato e all’allontanamento sociale, alla paura e allo stress legati all’incertezza del futuro sollecita continuamente il nostro sistema di allarme e, in alcuni casi, tale situazione può riattivare e far riaprire vecchi dolori, aumentando il rischio di disorganizzazione emotiva. Permette di elaborare in modo adattivo la sofferenza. Essa favorisce infatti il processo di integrazione alla base del benessere psicofisico, a diversi livelli: intrapsichico, interpersonale, sociale e di connessione con il mondo.

Risulta dunque importante contrastare il senso di impotenza che si riscontra negli stati di peritraumatizzazione, la sensazione di essere trascinati dentro una situazione, coinvolti in uno stato che stimola la messa in atto di automatismi difensivi per avere la possibilità di sperimentare un senso di padronanza derivante dal sentire che stiamo partecipando in maniera attiva a una grande esperienza condivisa (Van der Kolk, 2020)”.

Uno degli interventi, a mio avviso efficace, sarebbe quello di predisporre dei setting online ed organizzare degli incontri, individuali o di gruppo. Mediante questi interventi si chiariscono al paziente le varie emozioni provate durante il periodo, dopo questa breve presentazione si passerà al momento in cui si invita il paziente a raccontare la propria esperienza rendendolo attivo, in prima persona, alla gestione delle sensazioni provate. Ciò permetterà di definire e concludere il quadro generale e, pian piano, arrivare a concludere con un eventuale trattamento da fare solo ed in compagnia del terapeuta. Per quanto riguarda gli incontri di gruppo è importante attuare degli interventi di defusing e debriefing. Con essi i pazienti vengono invitati a raccontare le loro esperienze, ognuno di loro verrà invitato a farlo, in modo da condividere e capire quali sono gli aspetti in comune con gli altri. Ciò permetterà di liberarsi da quel carico emotivo che accompagna la quotidianità del singolo. Però, mentre, la tecnica del defusing viene utilizzata “a caldo” ed  immediatamente dopo che si è verificato l’evento critico  il debriefing,  invece,  è successivo al defusing (qualora si sia fatto) ed è una tecnica più strutturata ed articolata del primo, che ha obiettivi di natura diversa, inoltre l’intervento di sostegno psicologico è più specifico, approfondito e mirato.

Con gli operatori sanitari è importante intervenire in modo del tutto diverso. Usare test diagnostici potrebbe rivelarsi utile poiché, definire una scheda di triage psicologico serve a favorire la raccolta delle informazioni utili ad impostare il colloquio psicologico. La scheda garantirà una memoria storica della situazione e degli interventi messi in atto, utile a non effettuare il triage in caso di ricontatto da parte degli operatori stessi. Consente, inoltre, di monitorare nel tempo le condizioni dell’utente che entra in contatto con la struttura ed il servizio. È importante, allo stesso tempo, l’utilizzo di strumenti diagnostici validati per valutare le condizioni psicofisiche, in situazioni in cui sia possibile effettuare ulteriori approfondimenti, tra cui il “General Health Questionnaire” ed il “Maslach Burnout Inventory”.

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