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Città, paura e allarme sociale

La città è il luogo per eccellenza complicato, misterioso e in continua evoluzione, dove non si può marcare dei confini fisici ma li si definisce in base alle reti di comunicazioni e di relazioni che ne costituiscono la struttura, per questo è possibile definirla sulla base dei flussi che la attraversano, e si caratterizza per una estensione che è certamente superiore a quella delimitata dal confine politico tradizionale.  Il confine è un elemento molto importante per l’individuo, poiché è simbolo del senso di appartenenza, il suo venire meno può portare a sentimenti di disagio, disorientamento e frustrazione.

All’interno della città, gli individui possono generare forme di insicurezza per il luogo in cui vivono, è  già stata sottolineata l’importanza del fattore umano nella gestione della sicurezza. Sensibilizzare attraverso leggi e regolamenti, infatti, non basta; si dovrebbe addestrare le persone a rendersi sicure nei luoghi in cui vivono e anche nei luoghi da loro frequentati. Per questo le scienze psicologiche e sociali ormai da diversi anni sono divenute parte integrante delle politiche di sicurezza, agendo sui processi cognitivi cosi come sui comportamenti degli individui all’interno del tessuto sociale.

E questa infatti l’ottica della “nuova prevenzione”, che mira ad arginare il rischio criminalità attraverso strategie di risocializzazione volte a ripristinare il senso di cooperazione e di coesione sociale.

La paura, infatti, è il sentimento che più angoscia l’essere umano, privandolo pian piano della propria libertà e rendendolo realmente vulnerabile di fronte al pericolo, essa non viene eliminata armandosi, ma potenziando il proprio senso di efficacia e di competenza dall’interno, attraverso l’acquisizione delle conoscenze e l’esercizio quotidiano delle proprie capacità.

In questo senso l’attività di formazione rappresenta uno strumento importante di  prevenzione, più efficace nel tempo di qualsiasi misura tecnologica perché in grado di intervenire direttamente sugli utenti addestrandoli a sentirsi sicuri costantemente e “prima” di averne chiara necessità.

 

La paura del crimine ha sempre rappresentato fin dall’antichità un problema sociale di dimensioni più o meno vaste, ma solo in quest’ultimo secolo è diventata una delle prime preoccupazioni, di molti studiosi di sociologia e criminologia, e che incide soprattutto a livello di scelte politiche della sicurezza. Nel corso dei secoli, del resto, la necessità di sicurezza è sempre stata punto di continua ricerca da parte dell’uomo. Non a caso nella scala dei bisogni fisiologici dell’individuo il bisogno di sicurezza occupa un posto molto rilevante. La principale difficoltà che si registra, nello studio della paura, prim’ancora che metodologica, consiste nel trovare un accordo comune tra le varie teorie che hanno approcciato al tema, sia su che cosa si debba intendere per “paura”, sia sulla metodologia da applicare per condurre delle indagini valide dal punto di vista scientifico. Esiste una paura astratta (inquietude, concern about crime) ed una paura concreta (peur, fear of crime). La prima è quella riferibile ad una preoccupazione generica che riguarda un fenomeno della società; la seconda riguarda i timori derivanti da pericoli che fanno parte della vita quotidiana di ogni individuo ed in quanto tali assai vicini e concreti.

Una definizione tratta da un dizionario classico della lingua italiana come lo Zingarelli rappresenta bene le diverse componenti che attraversano la “paura”: «Intenso turbamento misto a preoccupazione e inquietudine per qualcosa di reale o di immaginario che è o sembra atto a produrre gravi danni o a costituire un pericolo attuale o futuro». Emerge un tratto fondamentale del sentimento della paura che viene sempre filtrata dalla nostra percezione del mondo e può ugualmente essere stimolata da motivi oggettivi o immaginari. Come accade molto spesso i mass media contribuiscono a influenzare l’immaginario collettivo, fornendo per questo una visione del fenomeno criminale , agli utenti, ingrandita,  rispetto alla sua entità.

La  stessa percezione che le famiglie hanno del rischio di criminalità nella zona in cui abitano condiziona la loro qualità della vita complessiva e costituisce, insieme ad altri aspetti, un importante segnale di degrado. 

Nel 2013, il 31,0 % delle famiglie italiane dichiara di vivere tali situazioni di forte rischio della criminalità. L’Istat ci fornisce il quadro della situazione restituendo i dati relativi alla  percezione del rischio criminalità da parte delle famiglie dove appare che nel Nord-ovest il 33,4 % delle famiglie vive un alta percezione del rischio criminalità, maggiormente sentita nel centro Italia  con il 34,3 % , seguiti dal Nord-est con  il 28,4 pcartello-furtier cento, e il 28,1 %  nel Mezzogiorno. A livello regionale i valori (Graf. 6)  più elevati sono raggiunti nel Lazio (40,8%) in Lombardia (36,9
%) e in Umbria (36,8%). La percezione migliore si osserva nella provincia di Bolzano in cui solo l’ 8,5 % delle famiglie residenti dichiara la presenza di rischio di criminalità nella zona in cui vive, seguono il Molise (9,4%), la Provincia autonoma di Trento (10,7%), la Valle d’Aosta (12,5%) e la Sardegna (13,3%). L’incidenza della
percezione di rischio di criminalità a livello di ripartizione è quindi fortemente influenzata dalla situazione di alcune regioni: al Centro dal Lazio, al Nord dalla Lombardia e nel Mezzogiorno dalla Campania (36,1%) (Fonte: Noi Italia2013).  Per quanto riguarda i luoghi e le situazioni che suscitano maggiore inquietudine, sembra che  il primato spetti alle strade, soprattutto se scarsamente illuminate, isolate o poco frequentate, dove sono soprattutto le donne ad averne timore, e considerata la relativa fre­quenza di alcuni reati predatori negli spazi aperti, non la si può certo considerare una preoccupazione infondata.

E’ la presenza di ambienti sporchi, degradati e sgradevoli suggeriscono, oltre ad una condizione di abbandono, uno scarso senso di appartenenza e coesione sociale, costituendo un fattore di vulnerabilità all’insediamento di attività illecite, a causa della corrispondenza analogica fra “brutto e cattivo” nell’immaginario collettivo.

Ne sono emblema i cosiddetti luoghi della paura, zone e angoli urbani che per le loro peculiari caratteristiche sono in grado di evocare immediatamente sentimenti di insicurezza in chi li attraversa, divenendo con poco tempo aree discriminate ad alto rischio criminogenetico.

Il disordine percepito in un’area urbana, infatti, può ridurre, nel tempo, l’interazione e la cooperazione fra gli abitanti, scoraggiandoli dal proteggere se stessi e la comunità da qualsiasi forma di turbamento e minaccia.

La sicurezza infatti non può e non deve essere considerata semplicemente un bene e un servizio pubblico erogato dallo Stato, nei confronti del quale la collettività si limita ad assumere un atteggiamento di passiva attesa. Essa è una dimensione interna all’uomo, rappresenta un bisogno primario, che  al pari degli altri – necessità, per essere soddisfatto, di iniziativa e responsabilità da parte di ogni individuo: sentirsi fisicamente protetti non equivale infatti a sentirsi sicuri! Per questo la società, in particolare il sistema, deve elaborare tecniche, misure per contrastare la criminalità, ancor di più deve trovare il modo affinché i cittadini percepiscano un senso di tranquillità  nel luogo in cui vivono, nelle strade , nei parchi e non un senso di paura, incertezza come Bauman definisce la società post-moderna una società dell’incertezza dominata dalla paura definita “Paura liquida”  per non essere in grado di  prevedere gli eventi e l’incertezza di ciò che non si conosce.

In definitiva, il cittadino non deve avere paura di percorrere una strada o frequentare luoghi comuni ma deve essere a conoscenza su quali possono essere gli interventi per contrastare la criminalità e ridurre il loro senso di insicurezza.

Licenza Creative CommonsCittà, paura e allarme sociale di Ilenia Macera è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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