Suicidio: prima causa di morte violenta tra le Forze di Polizia

La prima causa di morte violenta tra le Forze di Polizia è il suicidio.

Si era già discusso qui di come, nella nostra società e nostro Paese, si possa fare coming out di tutto ma su di una situazione particolare, ancora oggi, purtroppo no: il malessere psichico. Depressione, attacchi di panico, e disturbi psicologici vengono taciuti per paura di essere condannati, di non essere capiti, per vergogna e solitudine. Il “male oscuro“, silente e nascosto alla comprensione persino di chi prova tanto dolore dentro di sé.

Secondo l’ Organizzazione Mondiale Sanità (OMS) ogni anno, nel mondo, 800 mila persone muoiono per suicidio: circa 1 persona ogni 40 secondi.

Sono alcuni dei dati pubblicati dall’Oms in occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio (10 settembre 2019). In Italia, secondo i dati Istat elaborati dall’Istituto superiore di sanità (Iss), il tasso standardizzato di mortalità per suicidio nel 2016 è stato pari a 7,1 per 100.000 abitanti (11,9 tra gli uomini e 2,9 tra le donne) con un trend in diminuzione rispetto agli anni passati. In occasione della Giornata.

Allo scopo di monitorare il fenomeno l’Istituto superiore di sanità ha presentato anche la nascita dell’Osservatorio epidemiologico sui suicidi e tentativi di suicidio (Oestes), con l’obiettivo di integrare le informazioni provenienti dalle principali fonti esistenti (accessi al Pronto soccorso, schede di dimissione ospedaliera e dati mortalità Istat) per fornire un quadro epidemiologico esaustivo del fenomeno che include anche la stima dei tentativi di suicidio nel nostro Paese.

Anche studi hanno dimostrato che il 90% dei casi totali di suicidio sono associati a disturbi mentali, soprattutto depressione e abuso di sostanze, non dimenticando affatto i numerosi fattori socioculturali, in quanto i suicidi si verificherebbero specialmente in momenti di crisi socioeconomica, familiare e/o individuale; ma chi può veramente dire cosa passa nella testa di una persona, quanto dolore ella provi di così insostenibile per giungere a ridirigere l’aggressività, quella stessa aggressività che filoprogrammata a proteggere la specie, contro se stessa?

Strisciante e imprevedibile, sembra tutto svolgersi nella norma, nella consuetudine di una calma solo apparente. Sono stati 28 i morti suicidi nel 2017, tra le Forze dell’Ordine, 29 nel 2018 e 59 nel 2019. Ciò che appare immediatamente evidente è che i numeri sono raddoppiati in quest’ultimo anno, segno della necessità una più attenzione alla circostanza di queste morti. Più di un caso a settimana, perlopiù con l’arma di ordinanza, mentre l’età si aggira mediamente  intorno ai 42 anni. 

E se da una parte è corretto monitorare il fenomeno dei suicidi in generale, dall’altra accade che, spesso, pensando ai suicidi si pensi alla necessità di ricorrere in modo preventivo agli psicologi quale supporto alla salute psichica e che in polizia si ricorra ad essi solo nella fase di accertamento delle condizioni psichiche durante la fase concorsuale, cioè prima dell’assunzione, o per diagnosticare un disturbo successivamente, con tutto ciò che ne conseguirebbe sul piano lavorativo. Dunque, tale aspetto non può essere un modo per considerare il problema ab origine per il personale da impiegare nelle Forze di Polizia, giacché è nel corso della vita la vita lavorativa che si incontrano le più importanti prove di natura psicologica. 

Il “male oscuro” è la causa di una strage silenziosa, continua, che non solo non è compresa nelle sue dinamiche e che, anzi, soffre ancora oggi di un certo imbarazzo istituzionale che rallenta la prevenzione del fenomeno. Tutto ciò è dimostrato dal fatto che non sono mai stati resi pubblici studi e analisi per capire portata e dimensione. Per la verità non si è a conoscenza di studi appropriati sull’argomento! 

Solo molto recentemente, ovvero nel 2016 furono diffuse per la prima volta alcuni dati ufficiali dei suicidi tra le forze di polizia, ancora ferme al quinquennio 2009-2014. I dati parlavano di, in media, 12 suicidi all’anno: 62 sono stati quelli tra gli agenti di polizia, 92 tra i carabinieri, 45 nella guardia di finanza, 47 tra i poliziotti penitenziari, otto tra i militari dell’ormai sciolto corpo forestale.

Suggerire un più attento modello di osservazione e gestione dei livelli di stress è il primo passo per comprendere lo stato di salute del poliziotto. Il secondo è permettere uno sfogo senza giudizio alcuno!

I poliziotti non sono robot, sono uomini come chiunque altro, con un proprio vivere denso di tensioni legate al quotidiano: problemi di salute, economici, familiari, affettivi…Avere a che fare quotidianamente con il pericolo per la propria vita, il senso della morte a cui si fa a meno di pensare pur vivendola in ogni circostanza di pericolo, non è un fatto facilmente “digeribile” che si aggiunge alle difficoltà dell’uomo medio. L’ostilità repressa, il mondo che non rappresenta uno scopo del vivere ma un peso, all’aggiunta di crisi comuni agli esseri umani come le difficoltà economiche, relazionali, ecc. quando chiusi dentro il proprio mondo interiore rappresentano una sofferenza intrinseca, un male oscuro inconfessabile al cui termine c’è solo la “fine” di sé! Permettere una flessibilità lavorativa, che accompagni l’uomo poliziotto a scegliere una occupazione momentaneamente più serena, ad esempio promuovendo le rotazioni del personale a compiti meno impegnativi a livello di stress, è già un punto di partenza se attuato senza lo spettro dello stigma del malato mentale!

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