Quando il linguaggio del corpo ci inganna…

I pregiudizi che ci espongono al rischio

Le immagini di Finnegan Lee Elder, il 19enne americano che avrebbe compiuto l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, la notte fra il 25 e il 26 agosto e del suo amico Christian Gabriel Natale Hjort, 19 enne americano accusato di concorso in omicidio, hanno fatto il giro del mondo. In un primo momento, nella “fantasia” generale si era creata l’immagine di un omicida tutt’altro diversa da quella di un ragazzino biondo e dall’apparenza innocua.

Chi non è rimasto sorpreso dall’immagine del ragazzino dalla pelle chiara, corporatura esile, tipico di un adolescente timido ed impacciato?

Parlare con il senno di poi è sempre facile, siamo tutti più bravi e capaci, ma soprattutto con il senno del poi si è spesso in cerca di errori che non avremmo mai commesso. Non sarà questo lo scopo di questo testo, qui si vuole mettere in luce quel rischio comune a tutti gli esseri umani:

il fermarsi alle apparenze e ai pregiudizi che si sono formati in base all’esperienza e che in qualche modo ci vincolano inconsciamente.

In realtà, c’è qualcosa della comunicazione non verbale che spesso ci sfugge, sfugge dal livello conscio, per cui d’acchito chiunque di noi, di fronte a queste figure, si sarebbe lasciato sorprendere abbassando la soglia dell’attenzione, giudicando inconsciamente quei ragazzini come di fatto innocui.

Perchè sbagliamo ad interpretare gli altri?

Dobbiamo imparare a riconoscere che la comunicazione non è costituita da sole parole ma che interviene anche “qualcosaltro” a modulare il nostro comportamento: le emozioni. In particolare, il gesto violento è sempre un comportamento spinto dall’aggressività che si attiva di fronte ad una situazione letta come un “attacco” alla persona, al proprio “IO”. L’aggressività può esprimersi, quindi, in un comportamento in risposta, a volte anche abnorme, ad una situazione che viene interpretata come nociva, azione stimolata dalla rabbia o dalla paura, due sentimenti che sono, infatti, alla base della risposta aggressiva. L’uomo è però dotato di meccanismi di inibizione al comportamento violento, pertanto è in grado di valutare l’entità della risposta. La violenza, dunque, è la patologia dell’aggressività quando si ricorre ad essa per ottenere un vantaggio per se stessi. Dunque, se l’azione violenta ci sorprende non abbiamo interpretato a dovere quello che sta accadendo nell’altro. In questo senso, un ostacolo fondamentale al processo di percezione reale dell’altro, circa la capacità offensiva, viene dalla nostra eccessiva semplificazione nel formulare il nostro giudizio sulle persone, sia in positivo che in negativo.

Amiamo così tanto fermarci alla prima impressione, e fare le nostre scelte relazionali senza indagare oltre, che siamo pronti   a liquidare gli altri  alla prima sfumatura indigeribile, oppure a dare fiducia con molta superficialità.

Per non essere tratti in inganno, quindi, è necessaria una osservazione più accurata  del soggetto, badando bene che con questa affermazione non si vuole peccare di presunzione, perché non si sta cercando di sostenere che l’essere sia completamente intellegibile. Si sa bene che non è pensabile di poter capire completamente un’altra persona, nessun essere umano può partecipare direttamente dei motivi, dei pensieri e dei sentimenti di un altro individuo. Quello che invece qui si sostiene è che si possano trarre delle utili inferenze dall’osservazione del soggetto, a partire dalla sua comunicazione non verbale.

Riconoscere
gli aspetti predittivi
di un
comportamento violento

Per iniziare, constatiamo come la cronaca ci dimostri che queste soglie d’inibizione dell’aggressività si sono notevolmente abbassate, che, dunque, gli episodi a rischio violenza sono cresciuti dismisura. Inoltre, il rischio di scontri e conflitti è più che mai aumentato anche in conseguenza dell’uso eccessivo di droghe, in specie la cocaina, i cui effetti sul sistema nervoso, e quindi sull’aggressività, sono ben noti. Di fatto le persone in sé non sono né totalmente buone né totalmente cattive, le persone, in generale, sono sia buone che cattive ed il prevalere dell’una o dell’altra componente dipende da numerosi fattori: psicologici, ambientali, fisiologici, ma anche “occasionali”, che rendono il comportamento umano altamente imprevedibile. A questi fattori si aggiungono anche le occasioni quotidiane e gli stati psicologici improvvisi, come gli impulsi passionali e le forti emozioni, che andranno poi a determinare quale delle due componenti della persona, quella buona o quella cattiva, debba prevalere. E qui che bisogna allenarsi a percepire questi aspetti della personalità. Ogni individuo, infatti, comunica con il proprio corpo un atteggiamento, la propria personalità e questa comunicazione viaggia a livello “subliminale” tant’è che possiamo essere degli istigatori con il nostro atteggiamento, senza volerlo realmente. Una errata interpretazione può avere conseguenze spesso deleterie.

Abbiamo appreso, guardando le immagini dei due ragazzi che hanno messo fine alla vita di un giovane carabiniere, che gli elementi fisici sono i primi ad essere percepiti ma danno un’informazione solo superficiale, per cui, assunto il fatto che il ricorso alla violenza è divenuto quasi una consuetudine in certi ambienti, la seconda regola fondamentale per difendersi è quella di evitare di incorrere nell’errore di soffermarsi semplicemente a questa prima impressione. La valutazioni errate in base a pregiudizi nati sulla base dell’esperienza pregressa comportano di dare fiducia a chi non lo merita e viceversa. La riflessione più intelligente sarebbe quella di non soffermarsi affatto alla prima impressione, per formulare un giudizio sulla persona che abbiamo davanti, dal momento che poi si corre il rischio di brutte sorprese oppure di limitare la conoscenza a persone di alto spessore sociale e solo sulla base di una lettura approssimativa dell’aspetto.

L’esperienza pregressa a volte ci inganna

La conseguenza che deriva da un apprendimento è un atteggiamento verso la vita in cui si tende ad ordinare tutto ciò che appare uguale, in cassetti uguali, e in cui ci si adatta alla convinzione errata che nella vita nulla muti. Ciò può essere comodo, adattivo in alcuni casi, errato in altri. I pregiudizi, infatti, rappresentano una semplificazione ed un irrigidimento delle nostre rappresentazioni di valore su ciò che è buono e cattivo, rappresentazioni che, in base ad una percezione disturbata, hanno condotto ad un comportamento sbagliato. Nella pratica questo sistema può condurre ad un’affermazione del genere: “conosco il tipo!”, perché riconoscendo  alcuni parametri ed  associando quegli stessi parametri a quel soggetto, arriviamo al pre-giudizio, una forma di giudizio prima ancora di conoscere effettivamente quella persona. Riappropriamoci di tutti gli elementi della conoscenza evitando la superficialità e le semplificazioni in determinati contesti della nostra vita e specie per chi a che fare con persone diverse ogni giorno, come i poliziotti, gli infermieri, ecc…

Il volto ci inganna

Il viso ha un suo linguaggio, a volte chiaro e a volte contraddittorio. E’ la zona di gran lunga più espressiva del corpo, la regione con cui la persona affronta più direttamente il mondo ed è anche la zona a cui prestiamo maggiore attenzione quando osserviamo gli altri. Ma un errore in cui  spesso si incorre è quello di omettere di riferire le espressioni del viso a tutte le altre espressioni corporee.

Ci si concentra così tanto sul volto che non si percepiscono altre espressioni e così facendo si rischia di formulare giudizi inveri sulle persone. Questi pre-giudizi diventano poi controproducenti nel rapporto relazionale. Portiamo qualche esempio: si tende a ritenere che le persone che hanno la fronte alta e spaziosa e che indossano occhiali siano più intelligenti, che le persone con la pelle scura siano maggiormente ostili, al contrario delle persone anziane che appaiono più degne di fiducia. Queste categorizzazioni possono indurci fortemente in errore tanto che, ad una più approfondita conoscenza, potremmo accorgerci che la prima impressione era sbagliata.

L’uomo può essere interpretato

L’uomo può essere interpretato e l’aggressività letta anche dietro un sorriso, a patto, però, che si tenga conto della complessità della comunicazione che non si esprime solo a parole, anzi è una minima parte (7%), ma contiene aspetti non verbali che dobbiamo imparare a leggere complessivamente. Studi dimostrano che anche i gesti altruistici possono rappresentare una elevata aggressività, che appunto si tiene celata dietro comportamenti che vengono messi in atto più per compiacere se stessi ed apparire positivi che per vera disposizione del cuore. Di fronte allo sconosciuto ricordiamoci di osservare tutto, e di leggerlo nella complessità di questo diagramma.

Tratto da:

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Bibliografia

Allport G.W., “Psicologia della personalità”, Pas-Verlag, Zurigo 1973, p. 409 Molcho S., “I linguaggi del corpo”, Edizioni Red, Novara 2003, p. 54 Ibidem, pp. 22-23 Cfr. Freud “Il disagio della civiltà” in Vegetti Finzi S., “Storia della Psicoanalisi”, Mondadori, Milano 1998, p. 89 ss. Allport G.W., “Psicologia della personalità”, Pas-Verlag, Zurigo 1973, p. 421

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