“Violenza sessuale”: è emergenza sicurezza?

In Svezia pare di sì, tant’è che una riforma introduce  un’importante novità: senza il consenso esplicito, l’uomo non è autorizzato ad approcciare nessuna donna. Sul sito del Governo svedese, infatti, si può leggere quanto sia rilevante ed imprescindibile  il consenso della persona, non solo al rapporto sessuale in sé, ma anche all’approccio, che, in altre parole, si concretizza nella comprensione  inequivocabile circa la disponibilità della persona a voler ricevere le attenzioni da parte di un’altra: “Se una persona vuole impegnarsi in attività sessuali con qualcuno che rimane inattivo o dà segnali ambigui, dovrà scoprire se l’altra persona è disponibile”, esattamente prima di correre il rischio di risultare molesti!

Non solo in Svezia, la violenza sessuale è un comportamento che ovunque viene percepito come minante il livello di sicurezza di un Paese, in termini di nocumento alle libertà fino alla vita stessa. Non a caso un’agenzia turistica americana, anni addietro, segnalava, alle ragazze che intendevano recarsi in Italia, il pericolo di stupro.

Sicuramente il  livello di sicurezza nelle società evolute, dovremmo dire come la nostra, viene percepito come un parametro fondamentale per misurare concretamente la qualità della vita delle città, acquisendo nel tempo un valore assoluto elevatissimo. Ma una cosa è la “sicurezza reale” ovvero quella oggettivamente rilevabile anche dai dati statistici relativi ai crimini, un’altra è la “sicurezza percepita”, vale a dire quella avvertita soggettivamente dall’opinione pubblica in generale e dai singoli cittadini in particolare. Tra queste “sicurezze” c’è spesso disallineamento, fino a culminare in un vero e proprio divario.  Ad influire in senso negativo sulla sicurezza percepita, che d’ora in poi chiameremo “insicurezza“, infatti, è il livello di emotività, dell’individuo in primis e della società poi, in quanto gli individui in qualche modo si influenzano con i loro racconti da bar! L’insicurezza è proprio legata alla percezione soggettiva, in altre parole: ciò che il soggetto percepisce come situazione generale di pericolo, che per questo tende, talvolta, ad allontanarsi dalla sicurezza oggettiva. Un esempio per tutti: si ha, oggi, in base a ciò che ci stiamo dicendo,  più paura di essere violentate che di rimanere vittima di un incidente stradale benché statisticamente ci sono più possibilità di incorrere nella seconda situazione che non nella prima!

Come può accadere che si venga così fortemente influenzati?

A contribuire al divario tra realtà ed emotività è la crescita esponenziale delle opportunità di  comunicazione, non solo  interpersonale  ma anche  tra gruppi, caratterizzate da un’utilizzazione sempre più estesa dei mass media e dei social. Questa comunicazione, non segue sempre i criteri della oggettività, in quanto, talvolta, per diverse ragioni segue  logiche partitiche, di manipolazione,  anche al solo scopo di divertimento a stravolgere la realtà, vedi le cd “fake news“.

Per quanto riguarda i cosiddetti “media”, in questi giorni si assiste ad una sempre più persistente cronaca che informa di delitti a sfondo sessuale, spesso ascritti agli immigrati, che alimentano i dibattiti in seno alla società, già in forte fermento nella valutazione circa la presenza di extracomunitari sul territorio nazionale. Questo costrutto comunicativo si fonda sulla necessità che hanno le varie testate giornalistiche ed emittenti televisive di accrescere il loro “share“.  Eppure, a voler vedere la realtà, gli stupri recentemente sarebbero stati commessi anche da  due agenti di polizia, i quali  avrebbero abusato sessualmente di una ragazza diciannovenne straniera. La verità, perciò, è che l’allarme viene generato da una notizia che fa presa sulla società; poi,  i media, che vivono di interesse destato nella collettività, andranno alla ricerca di quelle stesse informazioni sensazionalistiche finché la ridondanza non abbassa l’interesse. Un circolo vizioso dal quale si esce solo con la successiva situazione di cronaca che sconvolga la società.

Non rimane che interrogarsi su cosa stia realmente accadendo nel nostro Paese riguardo al pericolo stupro.

Chi scrive è convinta che, di fatto, si stia perdendo di vista la situazione in concreto, quella relativa alla “sicurezza reale“, alle condizioni obiettive che rendono difficile la vita della donna in seno alla società. In tema di violenze sessuali, la realtà è ben lungi da essere concretamente invivibile per le donne, a patto che si utilizzi la giusta prudenza che il buon senso ci insegna al fine di abbattere il pericolo aggressioni, e questo per chiunque, anche per gli anziani, ad esempio nei confronti dello sconosciuto. Però, la donna vive,  stando alle statistiche, un  pericolo costante proprio tra le mura domestiche, nelle relazioni affettive di sopraffazione, nei ricatti subdoli sui luoghi di lavoro (nei quali il maschio non sempre si esprime con una richiesta diretta, aspettandosi che la donna debba  essere “intelligente” al punto da dover comprendere le esigenze del suo “capo” senza che lui le esprima realmente, pena il mobbing).

Si sta parlando di molestie e ricatti sessuali sul lavoro dove si stima che siano 8 milioni e 816 mila (43,6%) le donne fra i 14 e i 65 anni che nel corso della vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale e si stima che siano 3 milioni e 118 mila le donne (15,4%) che le hanno subite negli ultimi tre anni. Sono diffuse anche le molestie attraverso il web: nel corso della propria vita il 6,8% delle donne ha avuto proposte inappropriate o commenti osceni o maligni sul proprio conto attraverso i social network e all’1,5% è capitato che qualcuno si sia sostituito per inviare messaggi imbarazzanti o minacciosi od offensivi verso altre persone (Fonte ISTAT Pubblicato il 13/02/2018).

Secondo “Sos Stalking”   nei primi sei mesi del 2018, sono state già uccise  44 donne, il 30% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Lo stalking, i casi di femminicidio, non sono, quindi, diminuiti dall’entrata in vigore dell’art. 612 bis c.p., anzi, una vittima ogni 60 ore, e 1600 orfani, a cui nessuno pensa.

In conclusione, le donne hanno più paura di tornare a casa o di andare a lavoro che girare per strada!

Dunque, se la politica e noi tutti intendiamo ragionare in concreto secondo la reale situazione di insicurezza per la donna nel nostro Paese, ebbene occorre trovare urgentemente un rimedio che consenta alle donne di vivere in una società che le tuteli concretamente, non potendo affatto non considerare tutte quelle donne che vivono la violenza tra le mura domestiche, per le quali manca un reale ed efficace protocollo, analogo al “Metodo Scotland“,  già illustrato, che le supporti davvero nel momento della denuncia e fino a riformarsi una propria vita, lontano dallo spettro della violenza, stavolta REALE, OGGETTIVA, fatta di aggressioni verbali e fisiche tra le mura domestiche. Questa sì che è un’ emergenza che non ha ancora trovato fine!

 

 

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