Blue whale, quando per ‘essere’ bisogna morire

PESCARA – Un caso di Blue Whale a Pescara. All’attenzione degli inquirenti c’è la vicenda di una ragazzina di 16 anni, residente in città, ricoverata da mercoledì pomeriggio all’ospedale Salesi di Ancona con evidenti lesioni agli avambracci. A far scattare l’allarme, alcune amichette preoccupate per i suoi comportamenti e, negli ultimissimi giorni, anche per l’annuncio di volersi gettare dall’ottavo piano. Immediatamente sono stati informati i genitori e si è messa in moto tutta la macchina sociale e di sicurezza. Della vicenda si sta occupando il Tribunale dei minorenni dell’Aquila insieme alla squadra mobile di Ancona.” (Fonte ilMessaggero). In un mondo, apparentemente, sempre più dotato di un “non senso”, sempre più nichilista, i primi a cercare un significato, in questo contesto di vita attuale, sono proprio gli adolescenti,  prime vittime di un sistema di soppressione del bisogno di esistenza. E così si arriva al paradosso:  nulla ha valore intrinseco se non l’atto di coraggio estremo finalizzato ad affermare se stessi agli occhi di un qualcun altro che diventa più importante della vita stessa. Il tutto può essere riassunto nel seguente assioma:

non attribuire un valore alla propria vita quanto piuttosto dare un valore agli occhi di chi guardA

Ne abbiamo già parlato con il Vlogger, ovvero del bisogno e del conseguente appagamento dato dall’essere “visti” e considerati, perchè questa sensazione è ciò che produce, sin dalle origini, un senso di benessere, proprio come lo produce il cibo per il corpo, proprio come lo fu il latte materno. Così come il neonato sperimenta il senso della propria esistenza, in quel vivere la vita a partire dai comportamenti della madre, atti semplici di accudimento che nel bambino genera benessere e appagamento, così ci si affida ad un manipolo di persone che si fanno chiamare “curatori”. In Russia questa pratica avrebbe già mietuto numerose vittime. Per qualcuno il problema non esiste: ” Fondamentalmente non sono altro che la versione web, e quindi ancora più esagerata, delle storie del terrore che si raccontano in campeggio. Alcune di esse, col tempo, si sono poi diffuse a tal punto da arrivare al grande pubblico, come nel caso di «Slender Man», e quindi entrare nell’immaginario collettivo e trasformarsi in film dell’orrore, fumetti o videogiochi. Il destino di Blue Whale non è molto diverso.” (Fonte Corriere.it) Perchè abbiamo deciso di trattare l’argomento nonostante tutto? Perchè è necessario, a prescindere dalla fondatezza della pratica emergente, perchè la storia della ragazzina di Pescara è un fatto certo.  Si rende necessario, a prescindere, il ripensare al sistema di trasmissione dei valori e ai suoi contenuti,  riflettendo sulle ideologie  veicolate dalla società e dai media, ma soprattutto dalla necessità di recuperare una prosocialità dell’uomo, spingendo l’essere a coltivare il sogno eroico dell’uomo altruista e capace di salvare il mondo: questi erano i miti degli anni ’80 a non voler tornare a millenni indietro. In pratica, nel tempo, si è perso il significato de “L’archetipo dell’eroe” che in esso concentra ed esprime la capacità dell’essere di affrontare la realtà con padronanza e riconoscenza, avendo consapevolezza delle difficoltà e del dolore, ma senza farsene sommergere o vincere. Confrontandosi con il nemico, spesso interiore, che l’umanità può superare anche ciò che appare insormontabile. Purtroppo oggi, l’archetipo dell’eroe, pare abbia ceduto il passo a modelli interattivi proiettati a cimentarsi in situazioni dai valori esattamente opposti. Ci sono videogiochi in cui l’abilità consiste nell’impersonare un criminale che riesce a fuggire dalla polizia. Questa inversione dei valori è ormai provata e contro quella  naturalità che spinge l’essere all’accudimento e alla socialità, che i nostri giovani sono sempre più persi nel non senso della vita, priva di miti e valori da perseguire, se non addirittura indirizzati all’opposto.

Ne parliamo, quindi, affinché si possano cogliere i segni tangibili sulla pelle e nell’animo di questi uomini del futuro prima che loro decidano di affidare loro stessi a chi li invita alla distruzione. Non sbagliamo a pensare che il terrorismo moderno  sposi detti obiettivi  trovando in questi termini un terreno fertile.

Attenzione ai segni!!

Sembrerebbe un gioco, ma non ne ha affatto le caratteristiche. Probabilmente si viene adescati su gruppi WatsApp, o magari cliccando su qualche link, si aderisce cercando di dare prove delle proprie “capacità” ad alcune persone che, una volta in contatto con la vittima iniziano l’attività di manipolazione della sua mente. Queste persone si fanno chiamare curatori o tutor e  sono quelle a dettare le regole del Blu Whale. Per 50 giorni i ragazzi che aderiscono vengono indotti ad eseguire delle prove: 1 – tagliarsi la mano e inviare la foto al curatore 2 – alzarsi alle 4.20 del mattino e guardare video psichedelici 3 – taglairsi il braccio lungo la vena, non troppo in fondo. Fare tre tagli e inviare una foto al curatore 4 – disegnarsi sul braccio una balena e inviare la foto al curatore 5 – incidersi “yes” sulla gamba se si è pronti a essere una balena, se no bisogna punirsi con alcuni tagli Più si va avanti con i giorni più le regole della Blue whale sono assurde. La decima, per esempio, dice di alzarsi alle 4.20 di notte e andare sul tetto di un palazzo molto alto, la quattordicesima di tagliarsi il labbro, la sedicesima, invece, di stare tanto male: bisogna procurarsi un forte dolore. Al 26esimo giorno il tutor comunicherà all’adolescente il giorno in cui dovrà morire. Ma non è tutto. Dal 30esimo giorno al 49esimo, ogni adolescente dovrà alzarsi alle 4.20 per guardare film horror e farsi un taglio al giorno. Il tutto sempre documentato da foto spedite al curatore. L’ultimo giorno, il 50esimo, prevede la morte. I ragazzi che hanno seguito la Blue whale si buttano giù da un palazzo molto alto. Con loro al momento della morte ci sono altri minorenni per documentare il tutto. In questo “gioco” malato, i tutor hanno pensato a ogni minimo dettaglio per renderlo ancora più spaventoso. I curatori, infatti, sincronizzano le morti in modo da rendere questo gioco devastante per la mente delle persone. La fiducia del genitore nei confronti del proprio figlio viene tradotto troppo spesso in una assoluta mancanza di feedback: la fiducia presuppone anche il controllo della risposta comportamentale che nei giovani, ancora non totalmente fisiologicamente formati all’elaborazione dei giudizi, fatto attestatile dopo i 18 anni quando lo sviluppo è completo, orbene prima di allora, il controllo genitoriale deve consistere in un dialogo costante ad analizzare l’ambiente di vita del proprio figlio, a comprenderne quanto possibile le emozioni e dare senso di protezione ed accoglimento in un ambivalente rapporto di amore/odio che sembra caratterizzare l’adolescente in seno alla famiglia. Dare fiducia dunque non significa non monitorare, i ragazzi con il gruppo dei pari sono altre “personalità” rispetto al comportamento in seno alla famiglia. Attenzione dunque a non lasciare i propri figli in balia di loro stessi per un insensato richiamo al concetto di fiducia. La fiducia è un cammino costruito sulla base del valore che la famiglia riconosce al proprio figlio, ma tutti possiamo sbagliare anche i nostri figli ma è lì che vi trova un ambiente pronto ad accettare l’errore, discuterne e camminare facendo esperienza del passato, altrimenti il rischio che si corre è quello di aprire gli occhi troppo tardi di fronte alle scelte del proprio adolescente.

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