Ci hanno fatto credere il contrario, ma lo zucchero fa davvero bene?

Sicurezza e Alimentazione è un binomio inscindibile. Sicurezza individuale in primis, come informazioni corrette per accedere alla cura della propria salute, ma anche sicurezza collettiva; perchè la salute dell’individuo ha un grande impatto sulla collettività, in termini di possibili rischi connessi alle malattie cardiovascolari tali da compromettere la sicurezza della circolazione stradale, poichè sono davvero tanti gli individui che utilizzano la strada alla guida di un veicolo.

 

Per chi ama i ritornelli e la pubblicità, non può non affacciarsi alla mente, alla parola zucchero, lo slogan che per anni lo ha pubblicizzato: LO ZUCCHERO E’ PIENO DI VITA!… 

Oggi scopriamo, nostro malgrado,  che non è proprio così.

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La notizia che da subito ha suscitato scalpore è quella emersa  in un autorevole report pubblicato di recente su JAMA INTERNAL MEDICINE ed intitolato Sugar Industry and Coronary Heart Disease Research. A Historical Analysis of Internal Industry Documents.

Alcuni ricercatori dell’Università di San Francisco (Cristin Kearns, Laura Schmidt e Stanton Glantz), hanno voluto effettuare una analisi storica della documentazione e delle dichiarazioni relative ai primi dibattiti sulle cause alimentari delle malattie coronariche, conservata negli archivi dell’Università dell’Illinois e della Harvard Medical Library, non convinti delle risultanze degli studi precedenti. In altre parole, hanno voluto ripercorrere gli studi precedenti e rielaborare con maggiore meticolosità i dati raccolti. La ricerca dalla quale sono partiti  risale agli anni ‘50 dove, a seguito degli alti tassi di mortalità per malattia coronarica riscontrata negli uomini americani, furono compiuti degli studi sul ruolo dei fattori dietetici nell’influenzare il rischio cardiovascolare. Furono analizzati vari fattori quali il colesterolo, i fitosteroli, le calorie in eccesso, gli amminoacidi, i grassi, i carboidrati, le vitamine ed i minerali. Già qui  si può facilmente comprendere come le ipotesi correlative tra questi fattori ed il consumo di zuccheri erano già nell’aria più’ di sessanta anni fa.

In quegli anni ci furono, in particolare, due fisiologi di spicco i quali formularono

ipotesi causali divergenti:

John Yudkin identificò gli zuccheri aggiunti come l’agente principale alla base delle malattie cardiovascolari, mentre Ancel Keys identificò come principali fattori di rischio i grassi totali, i grassi saturi ed il colesterolo.

Tuttavia dagli anni ottanta, anche se alcuni scienziati ritenevano che gli zuccheri aggiunti fossero i detentori di un ruolo rilevante nelle patologie coronariche, le prime Dietary Guidelines  per gli americani si focalizzarono esclusivamente sulla riduzione dei grassi totali, dei grassi saturi e del colesterolo alimentare per la prevenzione della malattia.

Questi gli antefatti da cui poi deriverà, da parte di questi ricercatori,  una spiegazione sul perché si decise di tralasciare le scoperte relative al ruolo dei zuccheri aggiunti nella malattie coronariche, puntando invece il dito contro i grassi. Dall’analisi di questi documenti, infatti, è emerso che nel 1965 venne pubblicata sul New York Herald Tribune un’intera pagina dedicata ai risultati di queste nuove ricerche, evidenziando il legame fra zucchero e aterosclerosi, in particolare sul fatto che lo zucchero aumentasse il rischio di attacco di cuore. Due giorni dopo questa pubblicazione, la Sugar Research Foundation (SRF), oggi nota come Sugar Association, avrebbe finanziato il suo primo progetto di ricerca sulle malattie coronariche affidando la revisione  letteraria sul tema “I carboidrati ed il metabolismo del colesterolo” a due docenti di Harvard. Nel 1966 questo report finanziato dalla SRF, fu pubblicato sul New England Journal of Medicine, ed in esso  i ricercatori identificarono in grassi e colesterolo le cause alimentari della malattia, minimizzando al contempo  la prova che il consumo di saccarosio costituisse anche esso un importante fattore di rischio.

L’industria dello zucchero quindi negli anni 60 avrebbe pilotato la ricerca pagando diversi ricercatori di Harvard per minimizzare il collegamento tra un eccessivo consumo di zucchero e le malattie cardiovascolari e promuovendo al contempo il grasso come il colpevole dietetico.

 

Questo “inganno” sarebbe stato sostenuto per più di cinquant’anni, sviando i dibattiti sullo zucchero e manipolando gli studi  successivi sul legame tra zuccheri e problemi cardiaci. Tutto ciò, si legge nel report pubblicato su JAMA INTERNAL MEDICINE [1], che ben denuncia le finalità:  proteggere le quote di mercato dei produttori di zucchero!

I documenti storici analizzati mostrano che la SRF non avrebbe reso pubblico il suo ruolo di finanziatore del progetto di revisione letteraria sull’argomento. Nel report si sottolinea l’importanza di una ricerca indipendente e libera da conflitti di interesse e in ogni caso della necessità di rendere pubblici i nominativi dei finanziatori delle ricerche medico/scientifiche. Al contrario, molte industrie sponsorizzano le ricerche per influenzare la valutazione dei   benefici/rischi dei loro prodotti

In che modo l’introito di saccarosio influenzerebbe i livelli di colesterolo sierici?

Dalla lettura di questa review emerge che diversi studi epidemiologici, sperimentali e meccanicistici hanno evidenziato un’associazione positiva tra elevato introito di saccarosio e malattie cardiovascolari, in quanto si è visto che l’assunzione eccessiva di saccarosio può aumentare i livelli sierici di colesterolo e trigliceridi sia in individui sani sia in quelli con ipertrigliceridemia. Inoltre, studi meccanicistici ne hanno dimostrato la plausibilità biologica: il saccarosio influenzerebbe il livello di colesterolo del siero, attraverso cambiamenti del  microbioma intestinale, mentre il fruttosio, una componente del saccarosio, aumenterebbe i livelli sierici di trigliceridi nel siero mediante la lipogenesi endogena nel fegato, nel tessuto adiposo e negli altri organi.

Attualmente, la stessa OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nelle nuove linee guida sull’assunzione di zucchero negli adulti e nei bambini, pubblicato nel 2015 (“Guideline Sugars intake for adults and children”), raccomanda una forte riduzione nel consumo giornaliero di zucchero, con una soglia limite del 10% dell’introito calorico totale giornaliero. In particolare sarebbe auspicabile una soglia di assunzione sotto il 5% che determinerebbe maggiori effetti positivi sulla salute.

Anche lo Scientific Advisory Committee on Nutrition del Regno Unito ha stabilito al 5% la dose massima di assunzione di zuccheri al giorno, dimezzandola rispetto al precedente 10%.

Permettetemi una piccola riflessione….

Per anni chi era affetto da ipercolesterolemia o ipertrigliceridemia ha focalizzato la sua attenzione sulla diminuzione dell’assunzione di grassi. Al supermercato vengono analizzate le etichette nutrizionali alla ricerca del prodotto con minor quantitativo di grassi saturi, ma non viene prestata la minima attenzione al loro contenuto di  saccarosio o fruttosio, che abbiamo visto essere anche loro colpevoli dell’aumento di colesterolo e trigliceridi, perché ignari di ciò. In molti casi si è dovuto ricorrere ai farmaci ipocolesterolemizzanti, perché la sola dieta non è stata efficace nel ridurre i “grassi” nel sangue. Al contempo oggi esiste una nuova consapevolezza, alla luce di quanto è emerso dalla lettura del report: di non essere stati messi nelle condizioni di adottare cambiamenti alimentari idonei, provando a controllare anche l’assunzione di saccarosio e fruttosio e quindi di valutare se la dieta avrebbe sortito l’effetto desiderato.

[1] http://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/article-abstract/2548255

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