Perchè si tollerano i comportamenti del bullo e del mobber?

Quali risorse potrebbe avere il singolo per contrastare il potere del mobber o del bullo quando la maggioranza dei presenti non condanna apertamente  e pragmaticamente questi comportamenti?

 

Gli spettatori sono quei colleghi, quei superiori e tutti quegli individui che a vario titolo, pur non partecipando alle azioni contro la vittima di bullismo o mobbing, in qualche modo li percepiscono, ne sono a conoscenza. Sono proprio questi a svolgere una funzione cruciale, perché il solo tacito assenso, il loro disinteresse verso la situazione, fa sì che il mobber, il bullo e lo stalker possano continuare la propria offensiva, secondo il principio che chi tace acconsente. Eppure, la responsabilità della mancata segnalazione è tanto più grave, quanto superiore è il grado dello spettatore. Il silenzio di un supplente temporaneo o di un insegnante al primo incarico è più comprensibile e scusabile di quello di un superiore (funzione strumentale, dirigente, vicario) o di un collega con esperienza e contratto a tempo indeterminato. Nello specifico, il bullismo ed il mobbing si nutrono non solo degli spalleggiatori, coloro che appoggiano le “gesta” del capo branco con una posizione attiva, agendo anche in sua vece, ma anche il popolo degli spettatori, i passivi di fronte alle cattiverie ed ingiustizie del mobber o del bullo. I ruoli di tutti, seppur con carichi diversi di responsabilità per ognuna delle figure che intervengono, sono da condannarsi,  anche quello di chi si limita a rimanere indifferente di fronte alle sofferenze della vittima.  Tutte queste attività, infatti, si caratterizzano per essere  attacchi mortali alla dignità della persona, quasi un delitto perfetto, perché spesso senza testimoni e senza difensori. Seppure vi siano soggetti che nel mobbing, stalking e bullismo non svolgono un’ attività partecipata, comunque essi esprimono con il loro distacco la tolleranza!

La tolleranza è qualcosa  di diverso dall’indifferenza,

in qualche modo la tolleranza accetta che si svolgano tali attività, giustificandole (“sono ragazzate”, “in fondo se l’è voluta”…). Potremmo dire che essa è  una forma di benevolenza  negativa, disturbata quando  si esprime contro i suoi stessi valori: in generale  afferma il principio di non interferenza nelle vite private, nei valori e nelle opinioni delle persone, ma è positivo solo nella misura in cui un’azione non arrechi danni al prossimo.  Quando poi ogni comportamento perde di significato, allora si cade nell’indifferenza totale: anche i comportamenti devianti sono acriticamente accettati, cosa che avviene appunto nel mobbing, nel bullismo e talune volte anche nello stalking. Si iniziò a parlare di “bystanding” con l’omicidio di Kitty Genovese nel 1964, una donna uccisa a coltellate nonostante chiedesse aiuto. L’assurdità stava nel fatto che 38 persone erano affacciate alla finestra mentre si consumava il delitto e vennero chiamate le forze dell’ordine solo quando ormai era troppo tardi. Un fattore determinante nel comportamento di aiuto è il numero delle persone presenti, come hanno dimostrato Latanè e Dabbs [1975]. Ed ecco come anche la tolleranza può essere negativa perché lascia spazio all’indifferenza e al relativismo, per cui tutto è accettabile.

Ma perchè si tollera?

 

 

Vi sono indubbiamente modelli educativi che, implicitamente e/o espicitamente, insegnano ai ragazzi a farsi i fatti loro, ad essere sempre meno inclini  al “noi” a causa del crollo delle ideologie, fatto questo che conduce sempre più nel “relativismo” ed in quello pseudonimo di se stessi che ripete ossessivamente “io” in ogni circostanza, per cui è quest’ultimo l’ unico valore a cui far riferimento.

Ci sono stati studi, a questo proposito, che  hanno rilevato che i comportamenti, per poter essere percepiti dagli individui come reati, devono avere il requisito della “gravità”. Allora, non c’è da stupirsi se non vi é attenzione (e conseguente giudizio di disvalore) sui comportamenti, ad esempio del mobber, da parte degli spettatori; se è stimato che in generale le persone si preoccupino  più degli omicidi che degli incidenti stradali, seppure, statisticamente, i secondi costituiscono per la nostra vita un pericolo molto più grave dei primi. Detto questo, si potrebbe ritenere che i tolleranti spettatori possano non comprendere la gravità  di ciò che accade, non avendo la percezione immediata delle conseguenze sulla vittima dello stillicidio perpetrato da mobber, bulli e stalker. Altri studi confermano, infatti, che  la maggior enfasi data ai reati dipende anche dal concetto tradizionale di “offesa”, in base al quale per  reati gravi si intendono: l’omicidio, la rapina, l’aggressione. Ecco perchè non vi rientrano minimamente i comportamenti devianti, anche se sono istiganti al suicidio, quali il mobbing ed il bullismo; tant’è che non esiste una precisa fattispecie penale!!! Questo perché i “concetti” richiamano l’attenzione su alcune caratteristiche, sottacendone altre, e questo, secondo gli studiosi, creerebbe uno dei più significativi tipi di “cecità” sociale a cui si aggiunge il ruolo dei media nella percezione di gravità. A partire dagli anni Sessanta, in effetti, è cresciuta l’importanza e la popolarità dei programmi televisivi incentrati sui crimini efferati.

Dare l’auspicata rilevanza penale al mobbing significherebbe etichettare come delinquenti tutti coloro che, nonostante il loro “perbenismo”, hanno partecipato al massacro della vittima prescelta. Questo lo deve realizzare il sistema politico ma sulla spinta delle coscienze individuali e collettive.  

I valori da riscoprire sono legati alla PRO-SOCIALITA’: veniamo educati ad assistere passivamente agli eventi tragici che non ci investono in prima persona. Veniamo cresciuti in assenza di empatia.  Un atteggiamento empatico è ciò che invece ci permette di conoscere l’altro e di “mettersi nei suoi panni”, di sperimentare ciò che egli prova, di comprendere com’ è opportuno agire nei suoi confronti, al fine di controllare l’aggressività.  Si tratta soprattutto della capacità, “non appresa”, di tenere conto dei sentimenti dell’altra persona, facendoli propri e relativizzando così i ruoli: “io esisto anche in funzione dell’altro”, invece che “esisto solo io!”. Riconoscere l’altro come uguale a sé, non solo impedisce di farsi del male, ma stimola il comportamento empatico e prosociale . Purtroppo, la nostra capacità empatica risulta spesso atrofizzata, allo stesso modo della capacità di vedere il mondo dal punto di vista degli altri, sia sul piano emozionale che su quello cognitivo. Il bambino, invece, possiede “geneticamente” alcune abilità pro-sociali, ma vi sono condizioni che ne favoriscono o ne impediscono le attività. Gli studi sull’empatia hanno mostrato come, già a partire dai primi mesi di vita, venga posta attenzione allo stato d’animo dei partner di gioco e dei propri amici in particolare. Fin dalla media infanzia, il bambino sa concepire l’amicizia come una relazione diadica che deve essere tutelata e sostenuta anche a scapito delle esigenze dei singoli, ma all’interno della quale è possibile e necessario che siano preservate l’identità individuale e   l’autonomia personali.

In generale, bisogna riconoscere che, come ognuno di noi  ha parti positive e parti negative, ed impara ad accettarle come componenti della propria persona imparando a conviverci, questo è ciò che deve  avvenire nei riguardi dell’altro se vogliamo tornare alla radice umana dell’essere, accettare l’altro con le sue diversità evitando di fare per l’altro quello che non vorremmo per noi!

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