Le politiche della Sicurezza: il concetto di tolleranza zero

Il concetto di tolleranza zero non va mai da solo. È sempre accompagnato da concetti repressivi collegati e da riforme delle politiche e delle strutture della sicurezza sociale e chiaramente dei linguaggi di sicurezza ( security language ).

Dal punto di vista teorico, la tolleranza zero nasce con il lavoro sociologico di Wilson e Kelling   “Broken Window” (la finestra rotta  del 1992 e la polizia di prossimità, dal punto di vista politico), la citata teoria ha creato due gruppi di riflessione uno a sinistra che cerca di intrecciare attività di partenariato con gli enti locali sulla sicurezza improntate verso la prevenzione culturale (soft policing) ed uno a destra che istaura attività di partenariato più decisamente repressive (ronde).

Lo sviluppo di questa teoria ha portato in Europa e soprattutto in Italia molte delle riforme della politica penale e delle strutture di polizia, è utile, quindi capire come il concetto di tolleranza zero abbia influenzato il pensiero e la struttura della nostra polizia. Abbiamo spesso importato, talvolta senza il giusto spirito critico le nozioni di “ tolleranza zero”, di “polizia di prossimità”, d’inciviltà, di “numero oscuro della delinquenza”, di “inchiesta di vittimizzazione” e anche di “spazio difendibile” e di “prevenzione situazionale”.

Ugualmente, il nostro sguardo è stato a lungo rivolto verso le esperienze della città di New York, la cartografia della criminalità ed il partenariato di sicurezza.

L’Italia, malgrado il suo passato tra monarchia e dittatura è popolata di italiani che amano fortemente la libertà individuale e il rifiuto dell’autorità. La storia dell’uomo ha mostrato che il disordine è necessario alla vita collettiva e la tolleranza zero vista come repressione del disordine è percepita come una compressione delle libertà personali. Ma l’italiano si aspetta molto dal suo Stato e la tolleranza zero è vissuta nello stesso tempo come un’esigenza forte di fronte alla pubblica autorità e come il rifiuto della scarsa attività repressiva.

A questo proposito è opportuno ricordare uno slogan molto celebre in Francia coniato all’epoca dei disordini studenteschi del maggio 1968 e subito divenuto icona verbale di tutti i movimenti studenteschi – “ vietato vietare” – che riassume il paradosso ideologico tra libertà e sicurezza.

Mettere in opera la tolleranza zero significa dare una risposta a tutti i comportamenti devianti. Non si tratta, quindi, di chiedere alla Polizia o alla Giustizia Penale di giocare un ruolo “sociale” in risposta ad un comportamento che sarebbe solo asociale e non penalmente perseguibile, ma di dare una risposta obbligatoria e sistematica attraverso gli apparati di Polizia a tutti gli attacchi all’ordine sociale.

 

IL RUOLO DELLA POLIZIA LOCALE

La sicurezza è un bisogno umano e una funzione generale del sistema sociale. In una visione corretta dal punto di vista giuridico, la politica di prevenzione e di sicurezza abbraccia, quindi, un campo estremamente più ampio della ristretta prospettiva della “lotta” contro la criminalità e si estende alla protezione e al soddisfacimento di tutti i diritti e degli interessi collettivi pubblici.

La politica di prevenzione e sicurezza coincide con la politica della città e si estende al sentimento di insicurezza e ai comportamenti incivili.

La cooperazione della polizia locale, termine il quale si può ritenere che il legislatore abbia voluto utilizzare non come mero sinonimo di collaborazione, ai dispositivi di sicurezza pubblica deve esplicarsi nell’ambito delle attribuzioni proprie della polizia locale: il cui target è la cosiddetta “area del buon vivere”.

In tale contesto si delinea il ruolo della polizia locale per la sicurezza delle città: intensificare la sua attività nell’assolvimento dei compiti di polizia locale, nelle sue molteplici fattispecie: urbana, stradale, annonaria, commerciale, edilizia, amministrativa, operando in sinergia con le forze di polizia “di prevenzione generale” dello Stato.

Alla luce delle più moderne interpretazioni della “Polizia di Prossimità”, la Polizia Municipale deve intensificare gli interventi percepiti dal cittadino come di maggior servizio, con il proposito non solo di contrastare fenomeni che inducono situazioni di degrado urbano, ma, anche e soprattutto, di ripristinare e mantenere condizioni di vivibilità che permettano ad un ambito territoriale di esprimere la propria naturale vocazione urbanistica e il reinsediamento e lo sviluppo di attività commerciali ed artigianali, permettendo l’instaurazione di un circolo virtuoso in grado di creare un tessuto urbano adeguato e condizioni di vivibilità e sicurezza.

Così facendo sono perseguiti due risultati: uno diretto ed uno mediato.

  • Il risultato diretto, che poi è quello atteso dalla generalità delle persone, è il contrasto a quelle forme di devianza che quotidianamente aggrediscono la qualità della vita nelle città: piccoli e grandi prepotenze, soprusi, atti di ineducazione varia posti in essere da persone “per bene” (che non si sentono, né sono, criminali) nell’esercizio di attività ontologicamente lecite, che però devono essere sviluppate ponendo in essere accorgimenti e cautele per non recare pregiudizio o danno ad altri.
  • Il risultato mediato è consequenziale: una più incisiva presenza sul territorio comporta inevitabilmente l’imbattersi in forme di devianza di natura criminale, ricomprese nella categoria delle micro-criminalità, in massima parte reati predatori, che determinano il comune sentire di percezione di insicurezza.

Si profila, poi, all’orizzonte un significato nuovo per le attività di polizia locale.

L’attività di polizia locale dovrà essere in grado, attraverso una efficace opera di osservazione, prevenzione e, dove necessario, di repressione di quei comportamenti che minano il “buon vivere nelle città”, traffico indisciplinato, emissioni acustiche moleste, pulizia e decoro del suolo pubblico, di garantire che venga per lo meno mantenuto il livello di attrattività posseduto dalle singole città.

Si tratta di un’attività strategica, atteso che la sicurezza urbana è divenuta una priorità fondamentale per le Pubbliche Amministrazioni, poiché aumentare il livello di sicurezza significa favorire lo sviluppo sociale ed economico del territorio e quindi è opportuno che si attuino una serie di azioni finalizzate al raggiungimento di diversi obiettivi:

  • una riduzione dei tempi di intervento delle forze dell’ordine, attraverso lo sviluppo e l’adeguamento delle tecnologie dei sistemi informativi e di comunicazione per la sicurezza, ai fini di consentire un maggiore controllo del territorio e delle vie di comunicazione, ma anche delle risorse ambientali, artistiche, culturali;
  • un maggiore controllo delle frontiere e una migliore gestione dei flussi migratori, attraverso l’adozione di nuovi sistemi e infrastrutture e la predisposizione di un sistema di gestione dei flussi che garantisca impatti meno traumatici per il cittadino straniero ma anche per la popolazione locale;
  • una riduzione dei tempi d’intervento della Giustizia, attraverso il rafforzamento della rete di collegamenti anche telematici tra l’Autorità giudiziaria, le forze di Polizia e le amministrazioni pubbliche;
  • la promozione di una cultura della legalità e della sicurezza, attraverso un’azione di sensibilizzazione rivolta soprattutto ai giovani, da realizzarsi con campagne informative che devono essere finalizzate a migliorare il rapporto con le istituzioni e contrastare l’illegalità diffusa.

Occorre sensibilizzare l’opinione pubblica intorno ai temi della legalità, del lavoro e della giustizia, contrastando il diffuso atteggiamento di accettazione rassegnata dell’illegalità e rinnovando il rapporto di fiducia con le istituzioni. Come? Attraverso continue campagne d’informazione rivolte ai giovani e azioni mirate, volte a ridurre le cause di disagio sociale e i casi di devianza verso la criminalità.

Il compito è quindi quello di offrire sicurezza e legalità; ma queste non devono essere un mero “involucro protettivo” di realtà attraversate internamente da patologie comportamentali, bensì un nuovo tessuto connettivo che rappresenti una base culturale su cui tentare di costruire un rapporto diverso tra istituzione e cittadinanza.

Ipotizzare una “educazione alla legalità” rivolta ai giovani delle scuole può risultare velleitario ed illusorio se gli stessi giovani, poi, ritornando alle loro famiglie, trovano dominanti “filosofie di vita” diametralmente opposte. La “cultura della legalità”, di cui spesso invochiamo la presenza, non può essere infatti un esercizio intellettuale che viene delegato ad estemporanei momenti d’incontro nelle scuole e negli altri momenti d’aggregazione, bensì deve assurgere ad abitudine mentale e comportamentale che viene appresa dai più giovani “per contagio”, mediante l’esempio che viene offerto loro dagli adulti e dalle figure che rappresentano le istituzioni.

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