La “Psicologia Investigativa”, psicologia al servizio delle investigazioni di polizia

David Canter, psicologo inglese, fu il fondatore nel 1985, della cosiddetta “psicologia investigativa”, il primo ad utilizzare le sue conoscenze scientifiche al servizio dell’investigazione per l’accertamento del crimine e del suo autore.

Essa può essere definita una scienza che, in un approccio multidiscipinare e interdisciplinare, avvalendosi di tante conoscenze scientifiche che in qualche modo confluiscono in quella branca denominata “psicologia giuridica”,  come la Criminologia, la Criminalistica, le Scienze Forensi, la Legge Penale, la Procedurale Penale ecc., contribuisce, in un interscambio di conoscenze scientifiche, alla ricerca della verità, alla ricostruzione dei fatti, a svelare un colpevole, in definitiva a perfezionare l’attività dell’investigatore di polizia.

Condurre un’indagine equivale, per analogia, al ricomporre un puzzle che abbia a svelare  la verità. In un prossimo articolo vedremo quali sono le doti di un buon investigatore di polizia, per il momento si accennano a quei contenuti di base necessari alla soluzione del caso, come il possesso, in  presenza  contemporanea, di logica ed intuito, qualità imprescindibili per riuscire ad individuare i tasselli che devono combaciare perfettamente per ottenere il “disegno” completo.

Investigare equivale a scoprire, svelare.

Infatti, il termine “investigare” deriva dal latino “in-venio” ed indica l’azione del trovare. Quindi l’azione dell’indagare è  l’ele­mento comune che lega l’attività dello psicologo a quella del­l’investigatore:

  • lo psicologo è chiamato a trovare quegli aspetti dell’azione non rilevabili fisicamente, che caratterizza­no ad esempio la scena di un delitto, che possono essere caratteristici di uno specifico modo di agire.
  • L’investigatore trova gli elementi obiettivi

La Psicologia Investigativa contribuisce, quindi, ad effettuare un’analisi psicologica e criminologica dei fatti avvenuti, per arrivare:

  1. alla ricostruzione di una cronologia dei fatti;
  2. la dimensione storica dell’evento-reato, anteriori e posteriori;
  3. costruzione di un identikit psicologico del probabile autore di reato anche attraverso un’analisi comparativa con altri casi simili.

Si tratta di riproducibilità scientifica dei fatti. Il modello causale che l’investigatore ricostruisce deve riprodurre il medesimo evento. È proprio questo il presupposto alla base della psicologia investigativa, che punta alla ricostruzione dei fatti umani attraverso la ricerca di tutte le possibili fonti di informazioni investigative e la loro analisi secondo lo schema di ragionamento logico deduttivo e inferenziale. Tutte le tracce raccolte e ritenute sensibili vengono cioè messe in correlazione, sia tra di loro sia rispetto al contesto e costituiscono le premesse a partire dalle quali formulare il più alto numero di ipotesi e congetture attendibili. Di fronte ad un evento, e in modo particolare di fronte ad un evento di natura criminale, la prima domanda che si pone l’investigatore è “cosa è accaduto” e attraverso l’analisi criminale giungere a risolvere il dilemma cruciale “chi è stato”.

La Psicologia Investigativa viene impiegata a più livelli, e chi scrive si è impegnata nella sperimentazione di essa nell’ambito della sua attività di polizia giudiziaria e di polizia stradale, in particolare affinando le tecniche investigative nella fase di ascolto degli individui, da cui a vario titolo attingere informazioni: testimonianze, dichiarazioni spontanee di persone informate, indagati, interrogatori, attraverso  specifiche tecniche denominate “Tecniche del Colloquio di Polizia“, mutuate dal Colloquio Psicologico, per intendere quelle tecniche utilizzate in campo clinico: tecniche investigative volte ad effettuare l’anamnesi di un individuo, al fine di “conoscerlo” , in particolare per fare inferenze nella sfera della sua salute psicologica e della personalità.

Le “Tecniche del Colloquio di Polizia”, invece, sono state elaborate per meglio consentire agli organi investiganti di non essere sviati nelle indagini da “falsi discorsi” o da testimoni, seppur sinceri e credibili, non attendibili.

Il perché si verifichi che la testimonianza sincera possa essere erronea, sarà illustrata a chi vorrà seguire IPS-I Professionisti della Sicurezza, quale spazio formativo, in un’area prettamente riservata agli operatori di polizia e nei corsi a tema. Ciò che è fondamentale concettualizzare all’inizio è che, sia in sede di rilievi sulla scena del crimine, che in un sinistro stradale, o in qualunque caso dove si tratti di investigare, si possono incontrare, in estrema sintesi, due tipologie di resoconti testimoniali che possono incidere in maniera negativa sull’attività investigativa (anche solo per la perdita di tempo in cui si potrebbe incorrere nella ricerca di elementi utili):

quella rilasciata dal soggetto che riferisce sinceramente ciò a cui ha assistito, terzo e libero rispetto agli eventi ma inattendibile;

quella del soggetto che riferisce volutamente fatti inveri per sviare gli organi investiganti.

Prima di spiegare il perché possa accadere che un soggetto sincero sia comunque inattendibile, è necessaria una precisazione terminologica: quando si parla di Assunzione di Informazioni, si è soliti riferirsi alla Tecnica dell’Interrogatorio, che poi è la precisa attività del Magistrato nella Fase del Procedimento Penale, attività che può essere anche delegata alla PG., volto ad acquisire informazioni dall’indagato. Nella fase prettamente investigativa, è più corretto ricorrere al termine “intervista”, intendendo quella particolare attività della Polizia Giudiziaria volta all’acquisizione di elementi utili da persone in grado di riferire circostanze pertinenti ed utili per il prosieguo delle indagini e al fine di ricostruire l’evento criminoso. Quindi al di fuori della delega del Magistrato, la Polizia Giudiziaria, nella fase investigativa, conduce “interviste” di polizia.

L’INTERVISTA è la tecnica usata per colloquiare con un individuo, contrapposta all’antica tecnica dell’INTERROGATORIO.

 

I due approcci sono diametralmente opposti, vi basti sapere in questa breve introduzione, che nella seconda, la mentalità dell’agente (colui che interroga) di polizia giudiziaria, è quella di chi agisce secondo il “diritto” a sapere. Questo modello accusatorio non consentirà di ottenere molte informazioni attendibili prestando il fianco ad errori che spesso sono stati alla base di conseguenti errori giudiziari. Per questa ragione occorre necessariamente cambiare modello mentale acquisendo nuove metodologie investigative, ed in questo ci sarà d’aiuto anche la Psicologia Investigativa.

GIORNATE_POLIZIA_RICCIONE_2016 Psicologia Investigativa

 

Vi aspetto al Convegno Nazionale della Polizia Locale a Riccione

Venerdì 16 settembre Pomeriggio 15,00 – 18,30 HS9

POLIZIA GIUDIZIARIA L’APPROCCIO AI SOGGETTI IN FASE INVESTIGATIVA E RESTRITTIVA

 

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