I “crimini” di sopraffazione: Mobbing, Stalking e Bullismo

Nel percorrere la strada che conduce all’analisi criminologica di questi  comportamenti devianti (devianti e non criminali in quanto non si possono considerare delle fattispecie autonome di reato per il fatto che non sono previste, nel nostro Codice Penale,  delle precise ipotesi configuranti la complessità del mobbing o del bullismo, fatta eccezione per lo stalking che è stato normato abbastanza recentemente), ci siamo accorti che essi hanno una base comune  che contribuisce sia all’insorgenza del fenomeno che all’efficacia di vittimizzazione di un individuo. Per questa ragione, si è inteso approfondire questi argomenti nell’ottica criminologica, iniziando dapprima sinteticamente ad esplicitarne il significato in termini comportamentali e come riflesso di questi comportamenti non solo sull’individuo ma anche sulla collettività per terminare l’analisi sulle cause e le possibili soluzioni, anche a livello di  prevenzione del fenomeno deviante e accertamento del fatto criminale.

Il mobbing, lo stalking ed il bullismo sono di fatto l’espressione di una società in cui sono dominanti i valori della sopraffazione e dell’arbitrio del più forte sul più debole, in cui i modelli vincenti, spesso veicolati anche attraverso i mass media, sono quelli dell’arroganza e del non rispetto per l’altro. Strumenti di autoaffermazione sono la violenza, l’aggressività, la minaccia, quale risultato di un modo di concepire se stessi come al di sopra di tutto e tutti, e quindi anche sulle volontà altrui. Questo in tutte le sfere interpersonali a partire dai luoghi di lavoro, o di studio, nelle relazioni affettive dove vige il principio della Supremazia del più Forte!

Mobbing

Nonostante  che il termine “mobbing” sia divenuto di uso comune, non esiste ancora una definizione universalmente accettata. In Norvegia, in Giappone e nei paesi anglosassoni si utilizza l’espressione Bullying, intendendo con esso le forme di terrorismo psicologico spesso accompagnate da violenze fisiche, Bossing (spadroneggiamento), per indicare una forma di mobbing strategico pianificato e messo in atto dal management aziendale per “liberarsi” di quei dipendenti in esubero o poco graditi. In Svezia, Germania, Francia, Italia si utilizza il termine Mobbing, ad intendere le molestie sui luoghi di lavoro,

dal verbo “to mob” ovvero assalire.

Questo verbo fu usato per la prima volta dall’etologo Konrad Lorenz per sottolineare la ferocia con la quale certi animali si coalizzavano  contro un membro del gruppo. Analogamente, il mobbizzato, viene letteralmente accerchiato e aggredito intenzionalmente da soggetti, attivi e passivi, e aggiungerei   “tolleranti”, che mettono in atto strategie comportamentali volte alla distruzione psicologica, sociale e professionale dell’individuo preso di mira.

Secondo Leymann, esso implica “implica un comportamento di comunicazione ostile e non etico, diretto sistematicamente verso un individuo che, in seguito al mobbing, viene a trovarsi in una posizione di impotenza, il che permette la ripetizione di attività di disturbo. Tali attività si riproducono in modo frequente (almeno una volta alla settimana) e si producono per un lungo periodo di tempo (almeno per sei mesi). A causa della durata e della frequenza dei comportamenti ostili, questo maltrattamento genera sofferenza psicologica, disturbi psicosomatici e disagio sociale”. (H. Leymann, 2003); mentre per  L’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro, il mobbing si estrinseca come un

“comportamento ripetuto, irragionevole, rivolto contro un dipendente o un gruppo di dipendenti, tale da creare un rischio per la salute e la sicurezza”.

E’ bene far rilevare che in Italia non è ancora prevista una precisa fattispecie penale, per cui al massimo potrebbe ricorrere il delitto di

Violenza Privata”  

“chiunque, con violenza o minaccia costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa” (art. 610 c.p.).

Attualmente, quindi, è previsto solo un indennizzo  economico pagato dall’azienda (persona giuridica) quale risarcimento economico in sede di giudizio al Tribunale del Lavoro; ma i veri colpevoli (persone fisiche) non “pagano” per le loro colpe, né economicamente, né penalmente e pertanto, rimangono liberi di continuare ad adottare nei confronti del mobbizzato ogni forma di tecnica persecutoria.

Perchè una condotta persecutoria si qualifichi come mobbing sono necessari tre aspetti concomitanti anche se con una certa flessibilità:

  1. Un certo numero ed una certa durata delle azioni persecutorie (almeno un’aggressione alla settimana per un periodo non inferiore ai sei mesi);
  2. la ripetitività  e reiterazione di queste azioni per un certo lasso temporale;
  3. le lesioni sulla sfera personale della vittima.

Per determinare se si sia in presenza di attività mobbizzanti, occorre operare con una certa flessibilità nelle valutazioni: oltre l’intensità e la durata della persecuzione psicologica, vanno considerati anche alcuni fattori soggettivi del mobbizzato, come il suo livello di tolleranza e di consapevolezza degli eventi, le sue capacità di analisi e di reazione come pure l’intenzionalità del mobber, che non possono essere temporalizzate perchè chi decide di fare mobbing agisce ogni qualvolta ne abbia la possibilità e la volontà e non necessariamente una volta alla settimana, così come la vittima non può caratterizzarsi per una personalità con disturbo paranoico, paranoideo, ecc.., in questi casi è chiaro che c’è il rischio che  la vittima interpreti gli eventi in senso soggetivamente persecutorio anche se oggettivamente non lo siano. Altro aspetto fondamentale alla determinazione della situazione di mobbing è quello che permette di analizzare la situazione a partire dagli attori, i quali si distinguono rispetto alle condotte poste in essere per cui possiamo distinguere: i mobbers principali, ovvero  l’autore o gli autori dell’azione vessatoria; dai mobbers secondari che sono coloro che affiancano gli attori principali attivamente con condotte singole o reiterate ma autonome, sempre nel senso di seguire la strategia dei mobbers principali. Poi vi sono i side mobbers: sono colleghi, superiori o anche sottoposti che, pur non partecipando direttamente all’aggressione, sono a conoscenza della situazione e spalleggiano il “capo”. Il comportamento del side-mobber è subdolo: quando il conflitto è ormai manifesto si dichiara totalmente estraneo alla vicenda e vigliaccamente  ignaro della situazione nonostante che con il loro comportamento divengono loro stessi dei mobber poichè complici della malvagità che si sta perpetrando in danno di qualcuno.  I bystanders, invece, sono coloro che assistono passivamente (i tolleranti), con un ruolo, seppur nella funzione dello spettatore, che è  molto sottovalutato nonostante abbia  un’importanza cruciale per lo sviluppo del mobbing: ipotizziamo che lo spettatore sia una ragazzina neoassunta addirittura in prova, allora potrà essere comprensibile il fatto che possa far nulla di fronte al mobber e al mobbing ma  se dovesse trattarsi di un  capo-reparto? Egli  indubbiamente avrebbe l’autorità di incidere su quei comportamenti. Con questo esempio si può comprendere quanto questa “tolleranza” permetta al mobber, non solo di agire indisturbato, ma di trasferire su questi, seppur indirettamente, il suo “potere” coercitivo. Lo spettatore non può essere mai neutrale,  anzi, alcune volte può anche tramutarsi  indirettamente in un altro aggressore: non è neutrale perchè

il ladro non è solo chi ruba, ma anche chi gli regge il sacco

il che significa che un collega che assiste al mobbing e non interviene in alcun modo, neanche sostenendo la vittima evitando di farlo sentire solo e abbandonato dal gruppo, in qualche modo può diventare lui stesso un mobber, ossia un side-mobber: egli infatti favorisce il mobbing con la sua indifferenza e la sua non disponibilità ad intervenire. Accade ciò perchè il mobbing, altro non è che una guerra psicologica in cui le emozioni hanno un ruolo determinante nell’orientare i comportamenti degli attori coinvolti, sia del mobber che della vittima.
Quali caratteristiche hanno le azioni mobbizzanti?
Nel Mobbing esiste una costante: la vittima perde gradatamente la sua posizione attraverso delle precise azioni  che sono persecutorie e finalizzate ad isolare la vittima attraverso  attività tendenti a: provocare la disistima dei colleghi, a provocare il discredito sul lavoro, compiuto a compromettere la salute della vittima. Le conseguenze del mobbing sono la base su cui dimostrare che davvero trattasi di atti persecutori idonei a procurare dei disturbi nella sfera della salute. Sono queste le conseguenze individuali del mobbing: alterazione dell’equilibrio psicofisico. Disordini che producono stress e dunque ripercussioni a livello organico. Ma il mobbing conduce anche ad un ulteriore squilibrio che aggrava la situazione personale della vittima, si tratta di quello che comunemente viene definito Doppio Mobbing: il disagio della vittima riversa anche sulla famiglia di appartenenza, comporta non solo il rischio concreto di perdere il posto di lavoro ma anche la famiglia o  la serenità familiare. Quando siamo in crisi abbiamo tutti la tendenza a sfogarci presso le persone che ci sono più care, di cui ci fidiamo e che ci conoscono bene. I famigliari sono di solito i confidenti migliori verso cui indirizzarci per un consiglio o solo per uno sfogo. E la famiglia assorbirà tutta questa negatività, cercando di dispensare aiuto, protezione, comprensione, rifugio. Il Mobbing, però, non è un normale conflitto, un periodo di crisi che si concluderà presto ma è un lento stillicidio di persecuzioni, attacchi e umiliazioni che perdura inesorabilmente nel tempo. E nel trasmettere la propria sofferenza, per molto tempo, il più delle volte anni, questo  logorìo attacca la famiglia, che resisterà fino a quando le risorse non saranno esaurite, poi entrerà anch’essa in crisi per cui si passerà da quella prima fase di immediato sostegno alla vittima alla successiva colpevolizzazione della vittima da parte della stessa. Non solo. Il mobbing produce altresì delle conseguenze a livello aziendale: un clima deteriorato produce  sempre una cattiva qualità del lavoro oltre a produrre anche una negativa immagine esterna, così come produce conseguenze sulla società: il mobbing impone alti costi per malattia, per licenziamento e prepensionamento.

Per tutte queste ragioni occorre educare alla prevenzione delle situazioni mobbizzanti, i cui consigli vedremo più avanti, dopo la nostra dissertazione su tutte queste tipologie di comportamenti di sopraffazione.

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