Pedofilia ed omertà: aspetti criminologici

La pedofilia fu annoverata all’interno del DSM-IV TR (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) quale disturbo psicopatologico, una tra le parafilie presenti nel manuale. Recentemente, la stessa psichiatria ha rivisto lo “spettro” della patologia determinando, all’interno del DSM-V,  che essa rappresenta un “disordine” della sfera della sessualità, e sarà considerata di natura patologica solo nel momento in cui saranno presenti alcuni sintomi con caratteristiche egodistoniche, ovvero allorquando la persona vive con senso di disagio, malessere, le sue pulsioni, in presenza cioè di un “io” non in sintonia con il corpo. Questa riclassificazione non ne diminuisce la criminalizzazione, anzi, i pedofili tentano di ottenere sconti di pena o non imputabilità utilizzando proprio l’alibi della malattia mentale e la Cassazione con sentenza n. 43135 del 12 marzo 2003 sancisce che: «Se è vero che la pedofilia, come modifica dell’oggetto sessuale in direzione dei minori, presenta ordinariamente carattere di abitualità, ai fini penali questa condizione non esclude né attenua la capacità di intendere e volere e, di conseguenza, la penale responsabilità per abusi sessuali contro i minori. (…) Nel caso in esame un pur sussistente disturbo alla personalità, con problematiche di tipo narcisistico, disadattivo e antisociale, non è stato ritenuto in concreto idoneo ad escludere la capacità (…)».

Come si spiega che comportamenti così riprovevoli, comportamenti  su cui  la stessa psichiatria continua a ritenere siano un crimine e non un disturbo, a Caivano (per carità non per tutti gli abitanti del quartiere ovviamente) quello dell’abuso sessuale sui minori, anzichè destare sgomento, come sostiene la stampa e la Magistratura [1], abbia suscitato comportamenti omertosi, e ripetuti, da parte degli adulti mentre si è avuta una sorprendente inversione di tendenza da parte dei piccoli, i quali hanno di fatto permesso si accertase la verità? E’ il caso della morte della piccola Fortuna…

Una spiegazione è necessaria, quantomeno la curiosità di capire come mai proprio i bambini che sicuramente sono quelli che corrono il rischio di subire le influenze negative degli adulti, che vengono plasmati e plagiati dall’ambiente, in particolar modo quell’ambiente protagonista di una storia che ha visto la morte di più innocenti, a quanto pare che subivano violenza sessuale, un ambiente costituito da comportamenti abusanti, violenze e morte, di cui questi piccoli erano non solo a conoscenza ma anche vittime innocenti costrette anche al silenzio.

Una spiegazione risiede nello sviluppo delle cosiddette  “consociazioni anonime”, “aggregati monadi” che  contribuiscono enormemente ad amplificare il ricorso all’aggressività, nello specifico della manifestazione della violenza. Lo abbiamo visto, gli spettatori passivi ed omertosi, che si tratti di pedofilia, mobbing, bullismo, stalking, ecc. non fanno altro che favorire gli eventi, o quanto meno che le medesime circostanze delittuose possano trasformarsi in serialità.

Le “consociazioni anonime” costituiscono la realtà  moderna: si è individui appartenenti ad aggregati anonimi, società basate su nuclei familiari individualistici, dove gli altri rimangono perfetti sconosciuti, società senza un legame identitario forte di base. Questa concezione, che è tipica delle consociazioni anonime, ci fa sentire meno legati ai nostri congeneri, e fa sì che, sentendoci meno “obbligati” verso gli estranei, quel che accade intorno al nostro nucleo non ci riguarda.

shutterstock_321426971Siamo monadi, indifferenti agli abomini insegnando l’indifferenza e l’omertà ai nostri bambini, molto spesso con l’esempio più che a parole. Purtroppo, la nostra sfiducia verso la società, i nostri ritmi di vita ed i mass-media che quotidianamente ci bombardano di notizie “funeste”, non fanno che alimentare la nostra paura nei confronti degli altri, con la certezza, non più sensazione di uno Stato che non ci tuteli abbastanza, uno Stato che crea malessere più che tutele, fatto questo che non fa che accrescere anche il senso di solitudine e di distacco nei confronti degli altri. Ci si chiude, chiunque diventa estraneo, anche il nostro vicino di casa, pur condividendo lo stesso stabile, lo stesso quartiere. Si arriva ad essere cittadini (non in senso comunitario, piuttosto come appartenenti ad un luogo), in corsa solitaria ed estenuante, verso una competizione con l’altro.

Questa mancanza totale di empatia fa venire meno il controllo sociale, il controllo di vicinato, quello che una volta avveniva: i vicini erano i surrogati quasi, dei nonni, genitori, zii, erano persone che osservavano e si sostituivano in qualche modo al controllo della famiglia, quando non presente, e soprattutto costituivano una risorsa in fatto di vigilanza nei confronti degli estranei al quartiere.shutterstock_250375615

Eppure, il cuore della vita sociale, in tutte le sue sfaccettature, dal lavoro alla vita sentimentale, dovrebbe risiedere nell’intensità del legame che le persone riescono a stringere attraverso la conoscenza ed il dialogo, attraverso la capacità di comunicare. Questo è quanto dovrebbe essere alimentato per evitare che si formino questo tipo di  consociazioni anonime in cui convivono gruppi di individui sconosciuti a se stessi ed agli altri, dove non solo le situazioni non destano riprovevolezza ma si è addirittura indifferenti. Si sa che l’indifferenza spesso uccide.

A Caivano, invece, ad insegnare civiltà sono stati proprio i bambini, ribellandosi ad uno stato di cose fatto di soprusi, violenza ed omertà perpetrati dagli adulti partecipi con il loro silenzio, non solo alla morte di Fortuna Loffredo, ma favorenti il rischio di una serialità di atti criminosi di matrice pedofila.   Il quadro sociale che viene fuori dall’evento della piccola martire di Caivano, martire perché si evince dalla stampa che il sottobosco sapesse dell’esistenza di questo orco e che solo l’allontanamento dall’ambiente di quei piccoli ha permesso venisse alla luce. I bambini hanno avuto il coraggio di porre fine ad una situazione di complicità, perché Fortuna non è stata l’unica vittima. Il Procuratore Francesco Greco nella sua conferenza stampa dichiara che “È un contesto in cui l’infanzia è violata e la crescita sana dei ragazzi compromessa in maniera seria quella in cui ci siamo imbattuti nel corso delle indagini sull’omicidio della piccola Fortuna”, lì dove finalmente le Istituzioni sono riuscite a riflettere su una fondamentale necessità: “Dobbiamo farci carico tutto insieme di questa situazione e tutelare i minori” e se le indagini sono giunte ad una svolta è perché  “durante le indagini determinante la collaborazione con tribunale e procura minori“, ovvero le vittime non si sono sentite sole. Ecco la svolta decisiva: se vogliamo porre fine a determinati crimini occorre che la vittima non sia lasciata sola e che lo Stato, attraverso i suoi organismi faccia sentire il suo peso. Quello che è di fondamentale importanza nel colloquio con i minori è lo stabilire un rapporto empatico, fondamentale l’ausilio di personale esperto nei “Colloqui di Polizia con  i Minori”, ovvero un esperto in Psicologia ed Investigazioni, perché non basta né l’uno né l’altra. Se non si conosce la “Tecnica del colloquio di polizia” di matrice psicologico-investigativa il rischio di incorrere errori giudiziari è molto alto.  Lo sostiene uno studio su tale argomento e che individua la Testimonianza  al primo posto, quale atto capace di inficiare sulle risultanze processuali,  a cui fa seguito gli Errori Investigativi. Per fortuna, nel caso dei bambini di Caivano si è utilizzato personale specializzato, appunto dei professionisti [1].

 

  1. http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/29/fortuna-loffredo-lamichetta-gli-dava-i-calci-mentre-lui-tentava-di-violentarla-poi-lha-buttata-giu-dallottavo-piano/2684020/

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